Le prime avvisaglie - Capitolo III Stampa
Come ogni grande battaglia, anche questa per il voto preceduta da una lunga preparazione. La prima donna che "osò" chiedere di poter votare fu un'americana, Margaret Brent, che nel lontano 1647 avanzò la sua richiesta nella città di Maryland.
In quel periodo infuriava la caccia alle streghe, che venivano arse vive sul rogo non appena erano sospettate di avere a che fare col maligno, e fu già molto che la Brent non facesse la stessa fine. Comunque, si ebbe un bel rifiuto e la finì lì. Ma già qualche anno prima, nel 1640, un'altra americana, Anne Hutchinson, aveva sollevato il problema della parità dei diritti fra uomini e donne, affermando che anche queste dovevano avere voce in capitolo all'interno della chiesa puritana, a cui apparteneva.

Poi gli americani si impegnarono nella guerra per l'indipendenza nazionale, e le donne furono accanto agli uomini, dimostrando di sentire gli stessi doveri anche se non avevano gli stessi diritti. Nacquero così le associazioni femminili, come quella delle Figlie della libertà, che furono molto attive nelle azioni di fiancheggiamento. Finché, nel tardo Settecento, la questione femminile fu vista da una diversa angolazione: quella del modo in cui venivano educate le donne. E Judith Sargent Murray l'affrontò in una serie di scritti, che ebbero molta risonanza.
In Europa lo stesso problema era stato sollevato dalla francese M.lle de Gournay, che nel 1622 scrisse quello che può essere considerato il primo trattato femminista, e che s'intitolava infatti L'eguaglianza tra uomini e donne. L'autrice sosteneva che la cosiddetta inferiorità femminile non era altro che la conseguenza della diversità di educazione, e proponeva quindi che si ammettessero anche le donne allo studio delle lettere e delle scienze, e si aprisse loro la strada della politica e del sacerdozio.
Poiché le idee per fortuna non hanno sesso, queste furono riprese da un uomo, Paulin de la Barre, discepolo di Cartesio, che oltre un secolo dopo pubblicò due libri: L'uguaglianza dei sessi e L'educazione delle donne. Egli sosteneva che una convinzione, anche se universalmente accettata, poteva ugualmente essere falsa e non giustificata dal diritto naturale, come era appunto il pregiudizio sul diverso valore dei sessi. Dunque, poihè il cervello femminile risultava uguale a quello maschile, ne scaturiva che le donne dovevano ricevere la stessa educazione ed esercitare le stesse professioni degli uomini.
Nel Sttecento, anche in Italia si accesero dotte dispute sull’argomento, e in una di esse s’inserì la nobildonna senese Aretafila Savini De Rossi, con uno scritto che ancora oggi conserva tutta la sua freschezza.
"È facile asserire che la cultura produrrebbe nelle donne inciviltà nel tratto, rozzezza nel costume, misantropia, pedanteria, sprezzo delle faccende domestiche e nocumento della salute: ma le prove dove sono?" scriveva la saggia Aretafila. "Io sì, potrei provare quante case sono andate in rovina per quei nastri, per quei gioielli, per quei vestiti tanto ammirati dagli uomini. Quanto direi volentieri a tutte costoro: aprite gli occhi e guardatevi da chi mostra d'amare in voi soltanto la bellezza caduca e non le doti spirituali. Studino, dunque, tutte quelle a cui il cielo ha dato forte volontà e ingegno, senza sprezzare un tanto dono per vano timore."
Le inglesi non erano da meno. A dimostrare una parità di fatto se non di diritto, fu una donna, Elizabeth Mallet, che fondò nel 1702 il primo quotidiano del mondo, The Daily Courant. E novant'anni dopo, sull'onda delle idee Illuministe e della Rivoluzione francese, un'altra inglese, Mary Wollstonecraft, affrontò l'argomento dell'inferiorità sociale e politica di tanta parte del genere umano in un libro, divenuto rapidamente famoso, dal titolo Rivendicazioni dei diritti delle donne. L'autrice non si limitava alla denuncia: con un linguaggio lucido e deciso, chiedeva tutta una serie di riforme in materia di educazione e di leggi, fra cui in prima linea il diritto di voto.
Ormai i tempi erano maturi per questa richiesta, anche se non lo erano ancora per il suo accoglimento. Quando nell' '89 la Francia rivoluzionaria adottò il celebre motto "Liberté, égalite', Fraterniié", le donne francesi pensarono che tutto ciò riguardasse anche loro. La giovane Kéralio inviò alla regina una specie di appello, il Cahier de doléances de: femmes, in cui lamentava le tristi condizioni delle masse femminili: ma certamente Maria Antonietta, che poco prima aveva risposto a chi non aveva pane per sfamarsi, di mangiare brioches non era la persona più sensibile ai problemi delle masse, neanche a quella femminile. Tuttavia non ebbe sorte migliore Olimpia de Gouges, che nel '91 presentò all’Assemblea rivoluzionaria la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina: infatti, due anni dopo finì sulla ghigliottina, condannata a morte da Robespierre, perché si era opposta alla sua politica di terrore.
Ma le idee non muoiono, oltre a non avere sesso. Il filosofo Condorcet, incaricato di preparare un testo di Costituzione da sottoporre alla Convenzione, vi incluse la richiesta del voto alle donne. Già in vari scritti egli si era mostrato un convinto assertore della parità fra i sessi, affermando che l'intelligenza femminile, sebbene diversa da quella maschile, non può per questo essere considerata inferiore. La famiglia non sarebbe stata danneggiata da un'eventuale partecipazione della donna alla vita pubblica: ma anche se ciò fosse avvenuto, egli sosteneva, non si poteva negare alla donna il diritto naturale di essere una cittadina.
"Non ci è parso che sia possibile" scriveva nel suo rapporto alla Convenzione "proporre a metà dei cittadini [le donne) di rinunciare a una parte dei loro diritti, né che sia utile alla tranquillità pubblica dividere un popolo in due parti, delle quali l'una sarebbe tutto e l'altra niente, in virtù della legge, nonostante la volontà della natura, che creando gli esseri umani ha voluto che fossero tutti uguali."

L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
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