La lotta per il lavoro negli USA - Capitolo IV Stampa
Come la prima donna che osò chiedere il voto fu americana, così il primo movimento organizzato per avanzare tale richiesta sorse negli Stati Uniti. Ma passarono giusto due secoli fra i due avvenimenti, e l'occasione la fornì un'altra battaglia già in corso, con obiettivi assai simili: quella per l'abolizione della schiavitù. Come è noto, negli Stati del Sud esistevano milioni di schiavi negri nelle piantagioni di cotone, trattati non da esseri umani ma come bestie: brutalizzati, venduti, umiliati dai loro padroni bianchi, dopo che altri bianchi, i negrieri, li avevano strappati con la forza dai loro paesi africani e portati in catene al di là dell'oceano.

Della condizione subumana degli schiavi, restano bellissime testimonianze nelle loro canzoni, i famosi "blues", che sono arrivati fino a noi attraverso i maggiori cantanti afroamericani. Ma certo, a quell'epoca, il problema non era di apprezzare la loro musica, ma di abolire la loro schiavitù. Infatti, intorno al 1830, negli Stati del Nord prese piede un grande movimento "abolizionista", di cui facevano parte anche numerose donne. Ma, al congresso antischiavista di Filadelfia, ad esse fu concesso solo di parlare, non di firmare la dichiarazione conclusiva: e per questo decisero di creare una Società antischiavista femminile nella stessa città.
Balza subito agli occhi, anche da questo episodio, l'analogia tra la condizione dei negri e quella delle donne, private persino del più elementare diritto di sottoscrivere un documento in un consesso democratico. Le aderenti alla nuova associazione cominciarono perciò ad affrontare i due problemi insieme, parlandone anche in pubblico, cosa che era praticamente vietata fino ad allora, perché ritenuta poco dignitosa per una signora. Ma gli "abolizionisti" si risentirono, sostenendo che le due questioni dovevano rimanere separate, forse perché, nonostante il loro progressismo umanitario, inconsciamente non accettavano che si potessero mescolare, sia pure a parole, schiavi negri e donne bianche.
Fu allora l'intraprendente Lucy Stone a trovare una brillante soluzione di compromesso: parlava del problema della schiavitù il sabato e la domenica, e dei diritti della donna gli altri giorni della settimana. E poiché diceva delle cose sensate sulle disuguaglianze sociali e giuridiche, oltre che sulle discriminazioni morali e religiose, molta gente l'ascoltava e restava convinta.
Ma a sensibilizzare l'opinione pubblica femminile fu soprattutto la stampa, che poteva raggiungere le lettrici anche nei più sperduti villaggi di pionieri. Oltre a una rivista che fu la bisnonna delle attuali pubblicazioni femministe, uscì un libro che divenne il "breviario" di un'intera generazione di americane. Fu La donna del XIX secolo di Margaret Fuller, che riprendeva le idee già sostenute in Inghilterra da Mary Wollstonecraft, affermando che la donna doveva sviluppare la sua personalità, non in relazione e subordinatamente all'uomo, ma come essere umano indipendente se non voleva restare un'eterna minorenne.
A questo punto, la scintilla che fece scoccare l'incendio fu data da un altro congresso antischiavista, che si svolgeva a Londra e aveva carattere internazionale. Della delegazione americana facevano parte quattro donne, cosa che destò stupore e scalpore tra rappresentanti della vecchia Europa, tanto che si cercò di nasconderle in galleria. Ma quella volta gli uomini americani furono solidali con le loro connazionali, e l'intera delegazione si ribellò, abbandonando i lavori. Era scoppiata la prima contraddizione del sistema: si voleva lottare per dare agli schiavi gli stessi diritti di tutti i cittadini, e intanto si negavano questi diritti alle donne. Inoltre il congresso dové rinunciare ai rappresentanti del paese in cui il problema della schiavitù si poneva nei termini più drammatici, tanto che l'agitazione antischiavista stava per sfociare nella famosa guerra di secessione.
Due delle congressiste, Lucretia Mott e Elizabeth Stanton, tornarono negli Stati Uniti ben decise a organizzarsi seriamente per ottenere il riconoscimento di quei diritti dei quali finora si era soltanto parlato. Qualche tempo dopo si incontrarono infatti con altre donne che la pensavano come loro, e mettendo un annuncio su un giornale indissero un convegno.
Si racconta che quando il signor Stanton seppe che la moglie avrebbe chiesto pubblicamente il voto per le donne, minacciò di lasciare la città, temendo di essere sommerso dal ridicolo. Ma Elizabeth Stanton non si fece convincere né dalle minacce né dalle preghiere, e aprì la riunione, che si tenne a Seneca Falls nel luglio del 1848, con queste parole: "Non avrei mai osato parlare di fronte a voi, se non sentissi che è venuto il momento di portare davanti al grande pubblico la questione dei diritti delle donne; se non credessi che è proprio alla donna che spetta questo compito, perché solo la donna può capire l'altezza, la profondità, i limiti della sua umiliazione...".
In quello stesso anno 1848 Karl Marx lanciava il Manifesto del partito comunista, destinato a dare al proletariato una nuova coscienza dei suoi diritti e a influenzare tanta parte della storia. Ugualmente, anche se molto meno nota, la Dichiarazione dei principi che uscì da quel primo convegno femminista, segnava l'inizio di una grande "rivoluzione culturale", attraverso cui le donne avrebbero maturato una nuova coscienza della loro condizione e dei loro diritti.
"Nell'iniziare il lavoro che ci aspetta" così chiudeva la dichiarazione "sappiamo in anticipo che non ci saranno risparmiati né la diffidenza, né il disprezzo, né il ridicolo: ma dobbiamo usare ogni strumento in nostro potere per raggiungere il nostro scopo".
Mai parole furono tanto profetiche. Si cercò subito di colpire il nuovo movimento con le frecciate dell'ironia, chiamando sprezzantemente le sue aderenti "femministe" o "suffragette", perché chiedevano il "suffragio universale", ossia il voto anche per le donne. Contro di loro si accanirono soprattutto i disegnatori umoristici, che le rappresentarono come ridicole crini scatenate, goffe e brutte. Eppure alcune pagarono con la vita la loro lotta per una società più giusta, e altre persero la salute a causa dei ripetuti scioperi della fame a cui ricorsero nei periodi più duri.
Non le derise invece il capo abolizionista negro, Frederick Douglass. che appoggiò le richieste del nascente movimento, diffondendone le idee anche attraverso il suo giornale. E quell'alleanza che si era già formata tra la lotta per la liberazione degli schiavi e quella per l'emancipazione della donna, si rinsaldò fino a confondersi, spesso, in un'unica lotta.

L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
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