La grande delusione - Capitolo VI Stampa
Quando scoppiò la guerra tra Nord e Sud, quella guerra che doveva portare nel 1865 all'abolizione della schiavitù, le femministe si riunirono di nuovo a congresso e diedero vita alla Lega nazionale delle donne patriote, mettendosi al servizio del loro paese. Conviene ricordare che il movimento femminile era nato e si era sviluppato esclusivamente negli stati del Nord, per cui non ci furono scissioni o conflitti all'interno di esso. Del resto le donne non partecipavano ad azioni di guerra, ma assistevano i feriti e soprattutto sostituivano gli uomini nei posti di lavoro.
Avevano dunque messo da parte le loro rivendicazioni, per prodigarsi a favore della collettività, senza patteggiare la loro partecipazione. Ma erano convinte che alla fine della guerra, insieme agli altri problemi, si sarebbe risolto anche quello del voto. Quale non fu perciò la loro delusione, quando fu proposto al Congresso americano un emendamento in cui si riconosceva ai negri, ma non alle donne, il diritto di votare. Infatti questo diritto veniva concesso solo a chi apparteneva al sesso maschile, quindi ne rimanevano fuori tutte le donne, sia bianche che nere.
Volarono parole grosse. Le femministe accusarono gli abolizionisti di essersi serviti del loro appoggio per riuscire, senza poi sostenerle a loro volta nel momento decisivo. Poi si staccarono dall'Associazione americana per l'uguaglianza dei diritti, che li aveva visti uniti all'inizio della guerra. Ma anche se la loro amarezza può apparire legittima, non era certo con gli ex-alleati che bisognava prendersela.
L'emendamento fu ratificato nel 1868, e sei mesi dopo ne fu presentato un altro che diceva testualmente: "Il diritto di voto ai cittadini americani non deve venire negato o limitato... per motivi di razza o di colore, o per condizioni d'inferiorità". Questo voleva dire che veniva concesso anche alle donne, la cui condizione non si poteva negare che fosse inferiore? Niente affatto, risposero i legislatori: la cosa riguardava solo gli appartenenti al sesso maschile. Dunque, in un paese in cui tutti i cittadini erano uguali, le donne restavano sempre "meno" uguali degli altri.
Elizabeth Stanton e Miss Anthony risposero fondando un settimanale, dal nome assai battagliero: La rivoluzione. Il suo motto era: "Gli uomini, i loro diritti e niente di più; le donne, i loro diritti e niente di meno". Esse avevano intuito che per realizzare la parità fra i due sessi racchiusa in quel motto, era necessaria un'autentica rivoluzione riguardante leggi e costume, ossia una rivoluzione culturale.
Ad ogni modo il primo passo, la prima conquista da fare, restava il voto. Perciò le due instancabili femministe organizzarono un nuovo convegno su questo argomento, chiedendo un ulteriore emendamento per il suffragio femminile. E poiché la richiesta non fu accolta, mentre gli oppositori cercavano di minimizzare nell'opinione pubblica l'importanza di quell'indispensabile conquista, fondarono l'Associazione nazionale per il suffragio femminile.
Poco dopo sorse un'altra associazione, che anziché "nazionale" si definì "americana", e che pur avendo lo stesso scopo, spesso si pose come antagonista alla prima. Anche "l'americana" ebbe un suo settimanale, dal nome però più tranquillo: Il giornale della donna. Finanziato dagli industriali, si presentava in una veste tipografica molto elegante e finì per indirizzarsi sempre di più ai gruppi di élite della borghesia, perdendo ogni contatto con le grandi masse femminili. Invece La rivoluzione si rivolgeva soprattutto alle lavoratrici, conservando fino all'ultimo una grande carica rivoluzionaria e umana: ma purtroppo non aveva mezzi, e la sua pubblicazione durò meno di un anno.

L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
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