La donna è un vegetale - Capitolo XVII Stampa
Quell'opera dovette sembrare a dir poco una bomba alla cultura italiana, che tranne per poche eccezioni aveva un tono piuttosto provinciale. Anche se l'eredità illuminista era ancora viva, il "fronte cattolico" era molto più massiccio e influenzava maggiormente il costume. Secondo il Gioberti, che pure era considerato un giacobino, "la femminilità risiede in una natura incoata e confusa, che non erompe in riflessione e non si estrinseca che sotto la forma istintiva del sentimento; onde la donna si sente debole, bisognosa di appoggio e di aiuto: il suo amore è un abbandono, che ella fa di se medesima ad un essere più forte che la protegga, anziché un esercizio di attività o di forza, o un atto di patrocinio... La donna, insomma, è in un certo modo verso l'uomo ciò che è il vegetale verso l'animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e sostenta da sé".


La donna dunque è un vegetale, un parassita: quali diritti può reclamare, oltre a quello che la si lasci vivere nell'ombra, silenziosamente, in modo che non dia fastidio? Salvo poi chiederle, o imporle, di fare molti figli per la patria e sacrifici per la famiglia, di curare le ferite, fisiche e morali, dell'uomo che deve combattere da solo tutte le sue battaglie.
Un'influenza anche maggiore sul modo in cui educare le "fanciulle" - un tema, come si ricorderà, molto dibattuto negli altri paesi alle origini del femminismo - l'ebbero le teorie dell'abate Rosmini, che fa appello alla natura per ribadire la soggezione della donna all'uomo. "Compete al marito" egli scriveva "secondo la convenienza della natura, esser capo e signore; compete alla moglie, e sta bene, l'esser quasi un'accessione, un compimento delinarito, tutta consacrata a lui e dal suo nome dominata."
Queste teorie erano considerate valide non solo allora, ma in una certa misura sono arrivate fino ai nostri giorni, anche perché costituivano la base del Diritto di famiglia, che è stato riformato solo nel 1975 dopo lunghe lotte. Invece di essere verificate sulla realtà, erano diventate dei luoghi comuni, dei pregiudizi entrati nel costume e come tali pericolosissimi: basta pensare alla doppia morale che ne è scaturita, secondo cui l'adulterio del marito non era condannabile mentre lo era quello della moglie, e così tutta una serie di comportamenti che venivano accettati nell'uomo ma non nella donna, come ad esempio una relazione sessuale prima del matrimonio.
Un anno dopo l'uscita di quel libro bomba presentato dalla Mozzoni, una celebre educatrice, Caterina Franceschi Ferrucci, autrice di numerosi volumi sull'educazione morale e intellettuale delle donne, nonché direttrice del Collegio nazionale femminile di Torino, così si esprimeva in una lettera: "A me sembra stoltissima l'opinione di quelli, i quali vorrebbero che le donne avessero in comune cogli uomini gli uffici e gli onori; sicché, in luogo di attendere ai casalinghi lavori e ad allevare i loro figlioli, perdessero in gare ambiziose la pace dell'animo, la verecondia, la dignità della vita".
Evidentemente quella bomba non aveva scalfito la fiducia nelle concezioni tradizionali che questa signora esprimeva, pur essendo considerata un'educatrice molto moderna. E fu probabilmente perché la donna non "perdesse la pace in gare ambiziose", che qualche anno dopo una doppia sentenza del tribunale annullò la decisione dell'Ordine degli avvocati, a Torino, di accettare l'iscrizione della signorina Lidia Poet, laureata in legge e procuratrice legale. Il verdetto era in contrasto con i principi della carta costituzionale, che dichiarava tutti i cittadini uguali di fronte alla legge. Ma evidentemente, come al solito, le donne erano meno uguali degli altri, se non avevano diritto di esercitare una professione aperta a tutti. L'estensore della sentenza si rifaceva alle "diversità e diseguaglianze naturali" di rosminiana memoria, per giustificare una palese ingiustizia: ma certo quelle "diversità" non venivano invocate quando si trattava di far lavorare sedici ore al giorno le donne nella nascente industria, o erano invocate solo per tenere i salari femminili più bassi di quelli maschili.
Appariva chiaro che la discriminazione cercava di colpire le donne sulla via dell'emancipazione, per negare una parità di diritti, non certo di doveri. S'impediva loro di fare l'avvocato, il medico, d'insegnare nelle scuole superiori e nelle università: non di lavorare nelle filande o nei campi, anche se queste erano attività assai più pesanti e inadatte alla "fragilità" femminile. Alle donne s'impediva di votare, quindi di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento o di essere elette: eppure dovevano sottostare ugualmente alle leggi che il Parlamento varava o aveva varato in passato, senza neanche poter cercare di modificarle se erano ingiuste, o proporne delle nuove, se mancavano quelle che avrebbero dovuto difenderle.
Infatti le italiane cominciarono a organizzarsi sul lavoro e attraverso il lavoro nelle prime Leghe, così come le americane e le inglesi si organizzarono per la richiesta del voto. Non che un'associazione di questo tipo non fosse nata anche da noi, per iniziativa dell'infaticabile A.M. Mozzoni, ma in genere il suffragio femminile veniva visto più come un mezzo che come un fine: un mezzo per migliorare le condizioni economiche e morali delle lavoratrici.
Tanto nei suoi scritti come nei suoi appelli, la Mozzoni non perdeva mai di vista quelle donne che rappresentavano quasi il 50 per cento dei salariati e, tutto sommato, si rivolgeva più a loro che non alle donne della sua classe sociale, la borghesia, un po' appisolate nelle loro prigioni dorate. Ciò la portò anche ad avvicinarsi al partito socialista, dove si trovò spesso in polemica con un'altra Anna, la famosa Kuliscioff, che affrontava la "questione femminile" da un punto di vista più strettamente marxista.
Comunque il suo maggiore exploit la Mozzoni lo ebbe al Comizio dei comizi che si tenne a Roma nel 1881, per appoggiare un nuovo progetto sul suffragio femminile. Essa presentò un ordine del giorno così concepito: "Il Comizio dei comizi riconosce, afferma e proclama, così nell'uomo come nella donna, l'integrità del voto". E lo illustrò con uno dei suoi discorsi più appassionati, ricco di lucide intuizioni. " Io sono convinta che la democrazia non penserà mai sul serio alla donna, se non quando avrà bisogno del suo voto" diceva a un certo punto. "Finché ne potrà far senza, il giornalismo democratico sarà inesauribile fino alla noia nei suoi epigrammi contro le donne che professano dottrine di libertà, il che è mezzo infallibile per tenere indietro tutte le altre, salvo poi a rimpiangere nelle grandi occasioni di non poter riconoscere il diritto alle donne perché, purtroppo, non sono mature! ... Se temeste che il suffragio affermato alla donna spingesse a corsa vertiginosa il carro del progresso sulla via delle riforme sociali, calmatevi! Vi è chi provvede freni efficaci: vi è il Quirinale, il Vaticano, Montecitorio e Palazzo Madama, vi è il pergamo e il confessionale, il catechismo nelle scuole e... la democrazia opportunista! "
Quante volte, anche dopo di allora, si è parlato di immaturità per non concedere una riforma? Anche in occasione della campagna per l'introduzione del divorzio, la cui prima proposta fu presentata in Parlamento proprio negli anni del Comizio dei comizi, impiegando quasi novan t'anni per diventare legge. Del resto il voto alle donne è stato di poco più veloce, perché fra la prima richiesta, avvenuta subito dopo l'unità d'Italia, e la "concessione", sono passati circa ottant'anni... Non si può proprio dire che il nostro paese, in campo di riforme sociali, sia un campione di velocità!

L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
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