La battaglia delle idee in Francia - Capitolo XIII Stampa
In Francia l'avvento di Napoleone portò all'affermarsi delle idee antifemministe, che si concretizzarono nel codice napoleonico del 1805, importato più tardi anche in Italia. L'inferiorità della donna veniva istituzionalizzata, attraverso la sua esclusione dai diritti politici e dalle funzioni pubbliche, mentre dal punto di vista civile, sociale ed economico, se ne faceva un'eterna minorenne, che doveva dipendere in tutto dall'uomo, padre o marito.

Come tutti i dittatori, anche Bonaparte vedeva la donna soprattutto come una "riproduttrice", con il compito di dare figli, cioè soldati, alla patria. Perciò egli la voleva più ignorante possibile, ritenendo che la cultura potesse guastarla. "Allevateci delle credenti e non delle ragionatrici" soleva ripetere. Infatti se una donna era in grado di ragionare con la propria testa, con tutta probabilità era contro di lui, come quella famosa Madame de Stael, che divenne la sua peggiore nemica proprio sul piano delle idee.
Fu dopo la caduta di Napoleone che il movimento femminista riprese fiato. Aveva avuto il suo momento di fulgore nel primo periodo della rivoluzione francese, quando si erano creati anche vari club femminili. Ma poi la loro attività era stata giudicata troppo turbolenta, e quello stesso Robespierre che aveva condannato a morte Olimpia de Gouges, aveva ordinato la loro chiusura. Con la Restaurazione, dunque, i club tornarono a riaprirsi ma con idee più moderate. Si costituì anche un movimento femminista d'ispirazione borghese, il cui motto era: "Che cos'è la donna? Nulla. Che cosa vuoi essere? Tutto". La rivista del movimento, Il giornale delle donne, si batteva per la conquista dei diritti civili ma non di quelli politici, e s'ispirava ancora al modello femminile tradizionale.
Più battagliera e radicale fu invece la rivista di un altro gruppo, La gazzetta delle donne, che ripropose la questione del voto, portandola avanti anche con petizioni e chiedendo "pari diritti", fra cui quello di frequentare l'università.
Il diffondersi delle idee femministe fu favorito da alcuni grandi pensatori, quali Charles Fourier, che per primo sostenne una teoria ripresa più tardi anche da Engels: "I progressi sociali si misurano in ragione del progresso della donna verso la libertà". In altre parole, la condizione femminile è un termometro per misurare il progresso di un popolo: tanto più la donna è tenuta soggetta e i suoi diritti negati, tanto più il paese può considerarsi arretrato e incivile.
Il 1848 fu veramente un anno importante per la storia dell'umanità. Mentre Karl Marx lanciava il suo famoso Manifesto ed Elizabeth Stanton, in America, fondava la prima associazione femminista, seguita a ruota da Barbara Smith in Inghilterra, in Francia una delegazione del Comitato dei diritti della donna si presentava al governo chiedendo il voto. Inoltre Eugénie Niboyet fondava il primo quotidiano femminista, che lanciava un appello così concepito: "Se, come voi affermate, il popolo è sovrano, essendo costituito dall'unione dell'uomo e della donna, accanto al popolo-re dovete istituire il popolo-regina e non permettere più agli uomini di affermare l'umanità siamo noi...".
Purtroppo il giornale dové cessare le pubblicazioni alcuni mesi dopo, e poco mancò che l'Assemblea nazionale, in un rigurgito di antifemminismo, non varasse una legge per vietare alle donne persino il diritto di petizione. Ma ormai le rivendicazioni femminili erano state fatte proprie dal nascente movimento socialista, che non considerava la libertà e l'uguaglianza una conquista da limitare al sesso maschile.
Infatti alle elezioni del 1849, una donna, Jeanne Deroin, si presentò candidata nelle liste socialiste: naturalmente non fu eletta, ma ottenne lo stesso quindici voti.

L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
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