Eva contro Eva - Capitolo XI Stampa
Molti uomini di cultura fra i quali Bernard Shaw, si schierarono dalla parte delle femministe. Queste avevano il loro quartier generale proprio accanto al Palazzo di Giustizia: in un unico grande edificio si trovavano gli uffici dell'associazione, la redazione del settimanale Il voto alle donne, una tipografia dove si stampavano manifesti e opuscoli, il reparto vendita e spedizioni. Per raccogliere i fondi necessari per il movimento, si indiceva ogni anno la "settimana di passione", durante la quale le militanti s'imponevano ogni sorta di sacrificio: per risparmiare denaro saltavano i pasti, rinunciavano all'autobus e ai divertimenti. Inoltre andavano in giro suonando l'organetto o facendo disegni sui marciapiedi, per poi chiedere ai passanti "un penny per la causa".

I peggiori nemici delle suffragette non erano però gli uomini, i quali se non altro potevano credere che fosse loro interesse combatterle e quindi avevano qualche scusante: erano invece altre donne, che crearono addirittura una Lega nazionale antisuffragista. Oggi si chiamerebbero "provocatrici", ma a quell'epoca, siamo nel 1909, questa parola non si usava. La "capa" era una nota scrittrice, Humpry Wand, la quale ripeteva spesso che il voto alle donne era, più che inutile, dannoso.
La risposta non si fece attendere. In un opuscolo che divenne subito popolarissimo, una signora di origine israelita, Israel Zangwill, scriveva: "Ci sono in Cina delle donne che sono felici di avere le dita dei piedi mutilate, e in Turchia delle donne che sono soddisfatte di avere un quarto di marito. Forse che questo autorizzerebbe le signore cinesi o turche a far retrocedere le loro sorelle, che sono giunte a un grado superiore di evoluzione e che hanno dei piedi normali e un marito tutto per sé? D'altronde il voto non è obbligatorio: chi non vorrà esercitare il suo diritto avrà tutta la libertà di restare a casa, a rammendare o a leggere The Lady".
In realtà, suscitando polemiche e discussioni, quella lega che qualcuno definì "autolesionista", finì per giovare al movimento, tanto che una suffragetta scrisse sulla rivista La donna inglese: "A credito del bilancio per l'anno 1909, appena terminato, dobbiamo anche mettere l'attività della lega antisuffragista".
Ma proprio in quel periodo che si annunciava così pieno di speranze, doveva iniziare la fase più dura della lotta per il voto. Non sapendo più come contrastare il passo al movimento femminista, che aveva le sue aderenti in tutte le classi sociali e in ogni angolo del paese, il governo "liberale" fece ricorso a metodi sempre più brutali: finché un triste venerdì di novembre due suffragette furono uccise dalla polizia nel corso di una manifestazione.
Quel "venerdì nero" scatenò la reazione, altrettanto violenta, delle femministe. Furono incendiati edifici e vagoni ferroviari, furono distrutte vetrine e cassette postali. Le carceri si riempirono di donne, che iniziavano subito lo sciopero della fame, della sete e del sonno. Per non lasciarle morire, il governo era costretto dopo un po' a metterle in libertà provvisoria, facendole però arrestare di nuovo non appena stavano meglio.
Quel provvedimento fu definito da Emmeline Pankhurst "il decreto del gatto e del topo", e sui muri di Londra apparve un manifesto, in cui si vedeva una ragazza inerme fra i denti di un grosso gatto inferocito. Era un'immagine toccante, un "messaggio" che arrivò al pubblico e lo commosse. Dal canto suo il governo si sentiva sempre più a disagio, ma non ritenne di dover mutare il suo atteggiamento: anzi, nel 1913 invade il quartier generale femminista, perquisisce gli uffici, sopprime il giornale e scioglie l'associazione.
Si disse che la perquisizione aveva rivelato progetti per l'incendio di edifici e ministeri. Non si sa quanto di vero ci fosse in questa voce, ma gli attentati continuarono, soprattutto a scopo dimostrativo, e il giornale seguitò a uscire clandestinamente con una diffusione ancora maggiore.
In questa atmosfera di tensione si può comprendere un grave fatto che ai primi di giugno del 1913 sconvolse l'opinione pubblica inglese. Durante la più importante corsa ippica, il famoso derby di Epsom, una suffragetta esasperata, la giovane Emily Davidson, si gettò tra le zampe dei cavalli restandone schiacciata. Era stato un gesto del tutto personale, mentre il programma femminista prevedeva una pacifica manifestazione intorno al palco reale. Tuttavia il pubblico restò profondamente scosso e la stampa cercò di sfruttare l'avvenimento in senso antifemminista, accusando il movimento di fanatismo ed estremismo. "Il voto alle donne non vale una vita umana" scrisse un giornale, dimenticando che appena qualche anno prima due donne erano state uccise dai poliziotti durante una manifestazione.
Era necessario perciò "risalire quota" capovolgendo la situazione, se non si voleva rischiare la totale impopolarità, con la perdita di tanti anni di lavoro e di lotta. A questo pensò Christabel Pankhurst, che dirigeva il movimento da Parigi, dove si era dovuta rifugiare, mentre sua madre si trovava in prigione: e ci riuscì con una di quelle trovate che è poco chiamare geniali, e che tanta parte hanno avuto nella storia del femminismo.
Christabel, infatti, trasformò i funerali della giovane suicida in una grande "parata" spettacolare, di cui curò da lontano la regia nei minimi particolari, disegnando persino i costumi che le partecipanti dovevano indossare. Eccone il resoconto, così come è uscito dalla penna di un cronista dell'epoca: "Il corteo è preceduto da una schiera di amazzoni e dietro viene il carro funebre, trainato da cavalli bianchi. Seguono le delegazioni del movimento delle suffragette: universitarie con la toga e il tocco, donne in bianco con rami d'alloro intrecciati, altre in abito color porpora con fasci di peonie violette, altre ancora in un lungo vestito nero con le braccia cariche di iris rossi. Ogni gruppo ha la sua bandiera e i suoi stendardi, su cui si leggono gli slogan del movimento. Ogni tanto ai gruppi di donne si intercalano le bande che suonano musiche funebri di Chopin, di Haendel e di Beethoven. Il corteo, lunghissimo ed emozionante, è concluso da una carrozza chiusa e con le tendine abbassate, che avanza lentissima, nel silenzio e nell'eco delle bande che precedono. In quella carrozza avrebbe dovuto esserci la signora Pankhurst, se non fosse in prigione. Chi osserva il corteo non può nascondersi il sorgere di due sentimenti contrastanti: l'impressione di trovarsi di fronte a un evento teatrale e quella di assistere a un rito solenne e toccante".
Era proprio quello che si voleva: colpire con quella parata profondamente suggestiva la fantasia della gente, di quel famoso "uomo della strada" che in Inghilterra rappresenta l'opinione pubblica, per far riflettere sul significato della lotta che le suffragette stavano conducendo da anni.

L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
Copyright by Gabriella Parca - Terza Edizione - www.cpdonna.it 2005