La famiglia nel cambiamento Stampa

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Genitori si diventa

Rosa Maria Cusmai - Presidente Kairos Onlus
Anche se cambia la famiglia, e si modificano i ruoli dei genitori, il padre e la madre continuano a mantenere funzioni ben differenziate nello sviluppo mentale del bambino. Oggi come sempre la figura materna continua a essere centrale nei primi anni di vita e finché raggiunge una propria autonomia che gli consente di separarsi dalla madre e di riconoscersi come individuo.
Solo allora, verso il terzo anno di vita, il bambino comincia a emergere dall'universo della madre, e rivolgersi all'altro, il padre. Si delinea cosi nella sua mente l'eterno triangolo che da sempre segna l'infanzia di ognuno di noi.
Attraverso questo primo rapporto a tre il bambino si confronta con sentimenti nuovi, che irrompono nella sua vita affettiva come un fiume in piena. L'amore si alterna all’odio, l’ammirazione alla rivalità, la gelosia al senso di colpa, come si alternano il desiderio e le paure che popolano le fantasie.
Non è mai stato facile allevare un bambino, educarlo, vivere accanto a lui, cogliendo tutta la ricchezza di questo rapporto, ecco perché ora diciamo "GENITORI SI DIVENTA".
Ci sembra particolarmente difficile riflettere su questo argomento perché sappiamo che i primi anni di vita sono decisivi: le esperienze infantili condizionano il carattere, influenzano le scelte future, prefigurano gli obiettivi e lo stile di vita. Questa diffusa consapevolezza si traduce spesso in senso di responsabilità e in desiderio di saperne di più sui bambini, sulle modalità e i rischi che ogni crescita comporta.
Sono ormai molti i genitori che, per affrontare un compito così determinante per il destino individuale e collettivo, cercano di affinare la loro sensibilità e accrescere le loro competenze, preparandosi per tempo all'impresa senza trascurare alcuna occasione per imparare e per interrogarsi. Non è strano piuttosto che si frequenti una scuola, si studi o si sostengano esami impegnativi per guidare un'automobile, mentre ci si affida all'abitudine o alla improvvisazione per allevare ed educare un bambino?
È vero che le generazioni precedenti sono cresciute senza ricorrere a manuali ed esperti, ma la vita era molto diversa: gli scambi tra generazioni erano frequenti e ravvicinati. In famiglia i ragazzi assimilavano un certo saper fare con i più piccoli, vivendo quotidianamente con loro, in mezzo a una schiera di fratelli, cugini, vicini di casa. Ora invece si può diventare genitori senza aver mai preso in braccio un neonato o sgridato un bambino.
Dopo il primo momento di stupore ed entusiasmo subentra spesso, nello stato d'animo dei nuovi papà e delle nuove mamme, un senso di inadeguatezza e di sconforto al quale non possono certo ovviare i molteplici e contraddittori messaggi dei mass-media.


Lo Spazio del Desiderio

Stabilità affettiva, sicurezza economica, realizzazione professione: sono certezze che si cerca di raggiungere prima di mettere al mondo un figlio oggi. Ed è proprio questo che contribuisce a una maternità e una paternità più consapevoli. Ma non c'è il rischio che questa programmazione, così razionale, condizioni troppo il desiderio di un figlio, mettendo quasi in naftalina gli impulsi più vitali, in attesa del momento più adatto?
La possibilità di decidere quando avere un figlio è un fenomeno nuovo che porta a enfatizzare il momento della scelta, rendendola estremamente razionale, ponderata. Si programma la nascita di un figlio come si programma il cambiamento di lavoro o l'acquisto di una casa. Ma il desiderio di un figlio non può sottostare sempre e comunque alla logica della ragione. È qualcosa di molto forte, istintivo, passionale che proviene anche dalle regioni dell'inconscio. E fa irruzione nel legame di coppia, sulla scena familiare, magari proprio nel momento meno opportuno dal punto di vista economico, sociale: quando ci si è ancora impegnati a pagare le rate per l'acquisto della casa, quando c'è in vista un cambiamento di lavoro, di città, quando si aspetta una promozione.
Sono momenti della vita che sembrano i meno adatti alla nascita di un figlio e che possono però coincidere con una fase del rapporto di coppia, in cui si fa più forte il desiderio di avere un bambino, di diventare genitori, e per questo che non sempre la programmazione può rispondere ai bisogni più profondi, interiori di un uomo e di una donna che si amano. Sono bisogni istintivi, spontanei che scaturiscono da sentimenti e passioni che non si possono controllare né tantomeno programmare a mente fredda. È importante riuscire a dare spazio anche all'imprevisto e, nei limiti del possibile, accettare che accada qualcosa di non completamente programmato. Se non ci pensa la ragione, è l'inconscio a volte che lo fa. È il caso di molte donne decise a rinviare la maternità che un giorno qualsiasi “dimenticano” la pillola. L'inconscio si sa imporre a dispetto di tutti, ma tocca poi alla ragione cogliere il nuovo progetto di vita, fargli posto nella mente e nel cuore.


Primo rischio da superare

Lo spazio di desiderio di un figlio fa parte della più intima natura umana. Anche se all'inizio ci si può scoprire inadeguati, presi dallo stupore, ne subentra forse uno sconforto. L'importante è capire "COME METTERSI IN RELAZIONE", come fare spazio all'ascolto del piccolo. Tutte le offerte dei mass-media: giocattoli, accessori, scarpette, giubbotti, ecc, non possono costituire un modello sostitutivo alla relazione genitori figli e alla relazione che ogni singolo genitore mette in gioco, nella sua originalità di essere padre e di essere madre. Pannolini, scarpette, merendine non sostituiscono, un sorriso, una carezza, una parola, ed è importante che ciò non accada!
I problemi dei bambini, le tensioni del bambino non debbono essere calmati con oggetti. Devono essere capite alla luce delle difficoltà, delle tensioni che sorgono nel modo degli adulti nel quale il piccolo vive. È facile attribuire al bambino le responsabilità di qualcosa che non va, ricorrere al sapere medico per chiudere ciò che fa problema "NELLA RELAZIONE CON IL BAMBINO".
è invece importante approfondire il rapporto tra i genitori, le loro storie che possono incidere nel disagio del bambino fino a fare di lui "IL SINTOMO DEL SISTEMA FAMILIARE NEL QUALE VIVE". Il bambino è sensibile ad ogni piccolo cambiamento degli equilibri familiari ed esprime a modo suo il disagio che percepisce.


Dalla dipendenza all'autonomia

Con l'acquisizione del linguaggio il bambino si converte da soggetto parlato a soggetto parlante, partecipando agli scambi sociali come soggetto più che come oggetto. A questo punto cessa di essere un'appendice delle cure della madre per diventare più autonomo, per occupare un posto nella famiglia, mettendosi alla prova in una trama di reazioni familiari che confermano la sua identità sessuale, cioè se è maschio, se è femmina, e lo orientano nel futuro sentimentale e sociale. Si tratta di un percorso positivo che va dalla dipendenza verso l'autonomie e pone agli adulti non poche difficoltà.


Il riconoscimento della coppia genitoriale

1. Qual è l'immagine di padre che ogni donna trasmette al figlio?
2. Oggi molte donne si trovano a crescere un figlio da sole o quasi: ragazze madri o donne separate, divorziate che nella vita quotidiana devono assumere un doppio ruolo: materno e paterno. Fino a che punto può influire sui figli la mancanza del padre?

 

Molto dipende da come il padre si comporta col bambino. E questo comportamento ha a che fare col suo modo di sentirsi uomo e padre anche a livello profondo, inconscio. A differenza di quanto si può pensare, è proprio l'uomo "virile" che può occuparsi meglio del neonato, e avere con lui quel contatto corporeo, immediato, dal quale sarebbe tradizionalmente escluso, senza sovrapporsi alla mamma. È invece la confusione interiore dell'uomo rispetto alla propria identità maschile o il suo atteggiamento psichico, mentale, che può alterare e rendere ancora ambigua la figura paterna.
Bisogna infatti distinguere le cure quotidiane, fisiche, corporee, alle quali oggi partecipa anche l'uomo, dal significato più profondo della funzione paterna, che come quella materna che è soprattutto psichica, mentale.
In questo senso il padre rappresenta oggi come sempre, nell'universo familiare, il polo maschile, opposto e complementare a quello femminile: è colui che separa il bambino dalla madre, inducendolo ad uscire dal suo stato iniziale di dipendenza passiva per assumere un atteggiamento più attivo e autonomo verso se stesso e la propria vita.
Esiste nel bambino, già appena nato una predisposizione biologica a distinguere questi ruoli che inizialmente passa attraverso le sensazioni corporee. Già nelle prime settimane di vita è in grado di distinguere l'uomo dalla donna, il padre dalla madre, utilizzando i suoi riflessi. E lo si vede dalle sue reazioni a stimoli sensoriali di cui avverte istintivamente la differenza, anche sul piano emotivo.
1. Psicologicamente il padre è per il bambino colui che la madre gli indica come tale. Non è detto che sia quello naturale, biologico. È l'uomo nel quale la donna ha più fiducia, che le dà un più forte senso di sicurezza, anche riguardo al futuro. Attorno a questa figura maschile confluiscono i ricordi dell'infanzia, i sogni dell'adolescenza, le esperienze della maturità. Si forma così un mosaico interiore di immagini in cui ha quasi sempre un posto di rilievo la figura del proprio padre, il nonno materno. Quando il matrimonio è infelice, succede spesso che la donna scavalchi il padre del bambino per indicare al figlio come ideale maschile la figura del nonno. Nei casi migliori invece, le due immagini non si contrappongono, ma si integrano o si confermano a vicenda. L'idea di padre così come si forma nei primi anni di vita, influirà sullo sviluppo psicologico e affettivo del bambino soprattutto verso i tre anni, quando la funzione paterna diventerà insieme a quella materna determinante per la costruzione dell’identità del bambino.
2. In molti casi è quasi inevitabile che la donna sola si trovi ad assumere un doppio ruolo nei confronti del bambino: è lei che lo segue, lo consola, lo protegge, lo rassicura, lo sospinge fuori nel mondo, favorendone la sua autonomia e indicandogli le norme da seguire. A volte lo punisce, per poi tornare a consolarlo, assumendo così di volta in volta un ruolo paterno o materno.
Per spezzare questo cerchio è importante che il bambino trovi, all'interno della famiglia, un altro riferimento maschile paterno. Può essere il nonno, uno zio, un amico della madre, oppure il suo nuovo compagno: purché sia una figura stabile, solida, un uomo che rappresenti un sostegno per il bambino, in alternativa alla madre, e che renda più facile anche per lei il compito di crescere un figlio da sola. In questo modo si può colmare quel vuoto che pesa su entrambi e non solo sul bambino. A livello più profondo non bisogna dimenticare però che c’è sempre, in ogni bambino, un'immagine di padre: quella che la madre ha formato nella propria mente, custodito nel proprio cuore, e che gli trasmette in una serie infinita di modi, dai meno consapevoli ai più espliciti. Anche se il padre è assente nella famiglia, è sempre ben presente nella mente del bambino, come lo è in quello della madre.


Chi è un buon padre oggi?

Lo è chi cerca per tentativi, per prove, spesso anche per errori, di essere un buon padre secondo modelli e comportamenti ancora in gran parte da inventare, da sperimentare. Un padre che oggi vediamo sempre più spesso, attorno a noi: che non ha sicurezze trionfalistiche, che è capace di mettersi in discussione, che è disposto ad affrontare le crisi e i conflitti inevitabili nel passaggio dalla condizione di figlio a quella di padre e a modificarsi.
Un uomo che è pronto a riflettere su se stesso, ad ascoltarsi e che è capace di entrare in modo più duttile nella relazione col figlio, abbandonando l'idea di una figura paterna statica, monolitica, sempre uguale a se stessa, poco adatta a rispondere ai mutamenti e alle trasformazioni che ogni bambino attraversa nel corso della sua crescita.
Un uomo che ha dei dubbi, anche come padre e che è capace di ammetterli, senza lasciarsi sopraffare dall'ansia. Che sa accettare quelle parti infantili di se, che gli rendono più facile capire il figlio e i suoi comportamenti, senza però comportarsi lui stesso da bambino: per esempio mostrandosi geloso della coppia madre-figlio e ritirandosi dalla scena familiare, quasi per ripicca.
Un uomo insomma che sa essere in sintonia col figlio, mutando il proprio ruolo man mano che cresce senza mai rinunciare alle proprie responsabilità.

Crescere insieme

"La fase di latenza è attualmente la più trascurata nella nostra società, mentre da essa dipenderà il modo in cui l’adolescente dopo la pubertà, si orienterà nelle proprie attività". Francois Doltò.
I nostri bambini sono cambiati: ma mentre abbiamo preso atto del mutamento, per quanto concerne i primi cinque anni di vita, lo stesso non è avvenuto per l'età successiva, quella che va dai sei ai dieci anni. Denominata "latenza" per sottolineare la sospensione dello sviluppo sessuale e la tregua dei conflitti edipici, questa fase della vita infantile non ha ottenuto sinora l'attenzione che merita.
Poiché nella maggior parte dei casi i bambini si presentano negli anni della scuola elementare, come figli obbedienti e alunni volenterosi, sino a poco tempo fa si commentava " per ora le cose vanno bene, vedremo poi con l'adolescenza", e ci si metteva il cuore in pace, in attesa delle tempeste a venire. Ultimamente però, questo stereotipo non li regge più: alla latenza sessuale fanno riscontro infatti un'attività intellettuale così fervida e una carattere così determinato da sconcertare gli adulti, che spesso non riescono ad adeguarsi a mutamenti tanto repentini. Mentre le prodezze dei bambini piccoli li divertivano, quelle dei più grandi li disorientano.
In confronto ai loro genitori, i bambini in età scolare appaiono infatti più loquaci e informati, curiosi e critici, disponibili alle novità e al cambiamento. Sanno sempre non solo ciò che vogliono o non vogliono, ma anche come devono comportarsi gli adulti con loro per non deludere le loro aspettative e persino come convincerli ad assecondare ogni loro proposito. Eppure dietro questa apparente sicurezza, si nasconde una grande fragilità.

I papà e le mamme, che se ne rendono conto, vorrebbero conoscerli meglio e aiutarli di più, ma spesso non sanno come fare e si limitano ad appagare i loro desideri più immediati. Ma poiché i problemi rimasti irrisolti rischiano di ripresentarsi più tardi, nell’adolescenza, in modo molto più acuto, è meglio affrontarli per tempo, finché il bambino sta costruendo la propria identità e i rapporti con gli adulti non sono ancora divenuti così conflittuali.

Non più piccoli, non ancora grandi.

Per comprendere il divario che si è determinato nei confronti delle ultime generazioni, dobbiamo però per prima cosa, spostare l'attenzione dal singolo bambino all’insieme di relazioni che si organizzano intorno a lui NELLA FAMIGLIA E NELLA SCUOLA.
Probabilmente i bambini degli anni novanta ci sembrano cambiati, perché è mutato nelle nostra società il modo di vivere e di comunicare.
Nella maggior parte dei casi i genitori lavorano entrambi, hanno sempre meno tempo da trascorrere in famiglia, e quando sono con i figli preferiscono evitare di criticarli, sgridarli e punirli. Cercano piuttosto di rendergli gradevoli le poche ore che condividono, anche a costo di cedere in tutto e di rendere un po’ superficiali i loro rapporti. Rapporti che sono ribaltati rispetto al passato anche in senso numerico: non più tanti fratelli per due genitori, ma molti parenti: padre, madre, nonni, e talora persino bisnonni, intorno a un solo bambino con la conseguenza che quest'ultimo va volentieri a scuola anche perché questo è l'unico posto dove può incontrarsi con i coetanei. Un altro elemento importante che è mutato accanto alle trasformazioni della scuola istituzione è il fatto che alla stessa si è affiancata, in modo irreversibile, la 'scuola televisione'. Trascorrendo da soli molte ore davanti al video (più di due ore al giorno), i bambini incamerano una quantità impressionante di nozioni e di opinioni, nonché una dose di emozioni che nessuno controlla. Quando poi siedono per la prima volta nel banco, sono già in un modo o nell'altro acculturati, anche se ognuno elaborerà poi in senso personale il suo piccolo patrimonio di sapere.

L'insegnamento parallelo, offerto dalla televisione, produce una omologazione dei processi di conoscenza e una equiparazione dei sessi senza precedenti, ma anche uno scollamento tra adulti e bambini che talvolta ci lascia sconcertati. In quei momenti ci rendiamo conto di non sapere più CHE COSA PENSANO, ma neanche COME PENSANO i nostri figli.

Secondo rischio da superare

All'ampliamento degli spazi mentali, fa riscontro il contemporaneo restringimento di quelli reali. Scomparsi i giochi nei cortili, per la strada, nei campi, ognuno resta chiuso nella sua casa, davanti a quella artificiale finestra sul mondo che è la televisione. Proprio per questo i bambini POSSIEDONO MOLTE NOZIONI ASTRATTE, MA NON CONOSCONO LA REALTA’. Iperprotetti dalla famiglia, tardano a mettersi in gioco, ad affrontare in prima persona i rischi della vita, a provarne le asprezze. Confondendo spesso l’informazione con la competenza, si considerano spesso campioni di tennis perché hanno seguito le riprese televisive della coppa Davis, ballerine provette perché assistono agli show della Carrà, si sentono pronti ad affrontare i pericoli del mondo, per il solo fatto di essere sopravvissuti a una caterba di immagini VOLGARI E VIOLENTE.
Eppure, quando escono allo scoperto, e la scuola elementare ha un valore iniziatico in questo senso, sotto l’apparente baldanza, rivelano una grande insicurezza. Basta un giudizio pesante e affrettato dell’insegnante o la prepotenza di un compagno, perché l’ebbrezza della SUPERIORITÀ IMMAGINARIA si trasformi in senso di INFERIORITÀ REALE.
Nello stesso tempo anche i genitori mutano i loro atteggiamenti di fronte al figlio che è cresciuto, che non va più all’asilo, non diminuiscono le loro premure, ma smettono di occuparsi di lui per concentrarsi sulle sue prestazioni: Cosa hai fatto? Cosa hai preso? Quanti compiti hai? Sono le domande di rito. Specialmente il padre, considerandolo ormai cresciuto, si concentra più sui risultati che sugli sforzi del bambino. Si tende a dimenticare che la scuola potrebbe anche rendere gli alunni felici oltre che preparati. Dal canto loro i genitori richiedono per i loro figli il massimo d’istruzione, in vista della dura competizione sociale che li attende. Il piacere, il gioco, la fantasia, li considerano panneggio della scuola materna. Sempre per il suo bene i genitori investono poi il poco tempo libero del figlio in attività programmate, che di libero hanno ben poco. Mentre gli adulti si preoccupano di che cosa far fare ai bambini, questi ultimi si guardano intorno e cominciano a valutare la loro famiglia. Mai come in questa età i bambini sono aperti al confronto, disponibili ad apprendere, capaci di collaborare. Vale la pena di utilizzare al massimo queste potenzialità, prima che vengano disperse nelle guerriglie dell’adolescenza. Poiché sono NON PIU’ PICCOLI E NON ANCORA GRANDI, hanno bisogno di presenze adulte che sappiano incentivarli senza umiliarli, amarli senza prevaricarli, proteggerli senza sequestrarli. Non solo in famiglia, ma anche nella scuola. Ciò che chiedono è semplicemente di essere presi in considerazione per se stessi e non solo per quello che fanno, sbagliano o non riescono a fare.

Come cambia il bambino

I grandi cambiamenti della seconda infanzia richiedono anche da parte dei genitori un atteggiamento diverso nei confronti del figlio, che non può essere trattato da bambino piccolo, ma neppure da piccolo adulto. Conoscere le caratteristiche che rendono tanto particolare e delicata questa fase della vita serve ad adattarsi meglio alle sue trasformazioni e a favorire lo sviluppo delle sue potenzialità.
1. è il momento del suo primo inserimento nella società come scolaro, con i doveri e le responsabilità che questo comporta. Per quanto riguarda la vita pubblica al di fuori della famiglia è importante che trovi nel padre, o una figura maschile che lo sostituisce, una guida e un riferimento sul piano dei valori e delle norme sociali, che si appresta a confrontare con quelli degli altri. Da parte della madre ha bisogno soprattutto di un sostegno affettivo che lo aiuti a staccarsi dalla famiglia.

2. Oltre alla gioia e alla soddisfazione della madre, per i suoi primi successi scolastici, sociali, intellettuali, pratici, è importante che il bambino avverta anche l’orgoglio e il riconoscimento paterno nei suoi confronti: “ Sono fiero di te”.

3. Diventa più pensieroso, più riflessivo, rimugina dentro di se i suoi problemi. Non esprime più in modo diretto e impulsivo emozioni e sentimenti, ma tende a nasconderli. Aumenta la sua sensibilità, ed anche la sua suscettibilità: un niente può offenderlo.

4. Comincia ad affrontare idee, concetti, situazioni, e anche a percepire e valutare le differenze sociali, a confrontare la propria famiglia con le altre.

5. Sviluppa una nuova capacità critica, anche verso i genitori, senza tuttavia, metterli ancora in discussione, come farà più avanti, nel corso dell’adolescenza: ma la loro onnipotenza comincia ad incrinarsi.

6. È molto sensibile al giudizio degli altri, comincia egli stesso ad emetter giudizi, a volte molto pesanti. Tuttavia, gli manca ancora una piena autonomia di pensiero: è il momento di guidarlo verso questa conquista ragionando insieme a lui.

7. Si assiste spesso a fasi passeggere di regressione (enuresi notturne, suzione del pollice, paura del distacco) ed alla ricomparsa dei piccoli riti di rassicurazione, legati al pensiero magico infantile: se conto fino a sette prenderò un bel voto.
8. Quando l’ansia diventa eccessiva, possono comparire diversi sintomi “di superficie”, come i tic, le fobie, la balbuzie, gli incubi notturni, la masturbazione coatta, oppure una certa tendenza all’isolamento, all’aggressività, all’irrequietezza psicomotoria (iperattività), al senso di inadeguatezza: “Non sono capace”. Sintomi che richiedono una particolare attenzione – ed eventualmente un sostegno psicologico se non sono transitori ma permanenti.

Genitori e insegnati, nuova vita, nuove abitudini

1. La scuola impone nuovi ritmi di vita al bambino, nuovi orari e nuove regole. In primo luogo la puntualità. Come evitare di essere sempre di corsa per la paura di far tardi, entrando in classe ancora assonnati?

2. Accendere la TV in molte famiglie è un gesto automatico, anche di mattina, e ci sono bambini che cominciano la giornata guardando spezzoni di cartoni animati, magari mentre i genitori li vestono per fare più in fretta, oppure in pigiama, mentre aspettano la prima colazione. È bene che ciò accada?

3. È bene organizzare la giornata del bambino quando torna da scuola o è arrivato il momento di lasciare che sia lui a decidere, suddividendo il suo tempo fra compiti, giochi, TV, incontri con gli amici.

Tra famiglia e scuola: quale possibile collaborazione?

1. Quando qualcosa non va e il bambino si rivela uno scolaro difficile, succede spesso che genitori ed insegnati tendano a palleggiarsi le responsabilità. Per gli uni è colpa della scuola, per gli altri della famiglia. Come uscire da questo vicolo cieco che certo non giova al bambino?

2. Per risolvere una situazione difficile, oltre ai colloqui con gli insegnanti, si può anche ricorrere alle riunioni con gli altri genitori?
3. Di fronte a giudizi negativi, i bambini tendono spesso a criticare gli insegnati. Come è opportuno che i genitori reagiscano alla loro accuse?


BIBLIOGRAFIA
Francios Dolto, I problemi dei Bambini. Oscar Mondadori. Milano 1995.
Titolo originale dell’opera : Les Etapes majeures de l’enfance. Editions Gallimard. Parigi 1994.
Silvia Vegetti Finzi, A piccoli passi. La psicologia dei bambini dall’attesa ai cinque anni.
Arnoldo Mondadori editore. Milano1994.
Silvia Vegetti Finzi, I bambini sono cambiati. La psicologia dei bambini dai cinque ai dieci anni.
Arnoldo Mondadori editore. Milano 1996.
Massimo Ammaniti, Crescere con i figli. Le nuove regole dell'educazione.
Arnoldo Mondadori editore. Milano 1997.
Daniela Galardi – Achille Dedé, Come parlare della sessualità ai vostri figli.
Edizioni Piemme III Edizione 1996.