La scomparsa delle donne Stampa

Recensione di Teresa Pallucchini

lascomparsadelledonne.jpgVorrei aprire un dibattito, con le persone che frequentano a vario titolo il CPD, sul testo di Marina Terragni “La scomparsa delle donne” che è stato presentato recentemente alla Libreria delle donne e che ha avuto spazio in alcuni dibattiti televisivi.

Il testo è un saggio giornalistico con alcuni limiti e molti pregi: la scomparsa delle donne è il rischio che l’autrice vede nella trasformazione di molte donne in “ometti”, in donne di potere.

Il problema che viene posto è se è possibile per una donna poter fare politica da una angolazione femminile, il dibattito iniziato gia’ negli anni ‘70 si poneva il problema se entrare in un mondo maschile e parlare un linguaggio maschile, connotato fortemente nella società e nella politica, può permettere alle donne di essere se stesse.

 

Il libro da una parte vede i pericoli per le donne che fanno politica e che entrano in un mondo monitorato da certi valori, nello stesso tempo dice che è stato scritto per gli uomini, cercando cosi di rinsaldare una antica frattura del vetero-femminismo.

Se il numero di marzo di via Dogana “Questo femminismo non ci basta” ha aperto la discussione sul problema che Milano è una città in mano a molte donne - dal sindaco a varie rappresentanti dei partiti e dei sindacati - e la situazione è ancora molto indietro per le conquiste femminili, possiamo cominciare a chiederci alcune cose:

È vero che Milano è una citta dove si è fatto poco per la questione femminile?

È vero che entrare nella gestione del potere porta ad una perdita della connotazione di genere?

È vero che essere di destra o di sinistra, come a volte sembra dalla lettura del giornale, non fa alcuna differenza?

Si dice nel primo articolo del numero 80 di via Dogana “con questa presa del potere da parte delle donne la citta’ non ha registrato alcun cambiamento: non sono cambiate le priorità economiche sociali politiche e culturali…”

Qui vorrei porre sul tappeto alcuni problemi, ad esempio chiamare atto di coraggio la lettera di Veronica Lario al marito (pubblicata su Repubblica) solo perchè ha superato la separazione pubblico/privato mi sembra molto riduttivo.

Se è fondamentale sottolineare il discorso della “differenza” come conquista del femminismo in contrapposizione al discorso della parità e delle quote (discorso comunque complesso), piu importante oggi è la difesa delle conquiste dei diritti delle donne - dal divorzio all’aborto - messi a repentaglio da un cattolicesimo integralista.

Nello stesso giornale Marina Terragni dice “ mi pare che il momento sia politicamente molto eccitante (il riferimento è a donne francesi ed americane che stanno conquistando posizioni importanti sulla scena politica) sento che ormai siamo in cima, che il tempo delle lagne è finito, che il soffitto di cristallo e sul punto di finire in frantumi. Ma ormai si è visto che oltre il soffitto non c’è nulla che valesse tanta fatica, non c’è quella nuova vita, non ci sono quei nuovi rapporti ” e delinea un quadro molto fosco del rapporto tra donne e potere con perdita del potenziale e dello specifico femminile all’interno delle istituzioni.

Dopo queste digressioni che sono lo scenario al testo ritorniamo al libro: Terragni sottolinea che per rivendicare l’eguaglianza con l’uomo la donna rischia di raddoppiare la sua esclusione dalla societa’ e dalla cultura (tematica cara alla Irigaray).

Prendere la parola in questa società dominata da patriarcato significa parlare una lingua non nostra, perciò il problema è come riuscire a trovare una nuova strada, a percorrere fino in fondo il tema della differenza e della libertà.

Mi è molto piaciuto la tesi della leggerezza che le donne riescono a mantenere “eludere la gravità dei rapporti di forza, a un buon stipendio continuiamo a preferire un lavoro pieno di significato e di buone relazioni”.

La tesi centrale è che l’emancipazione non è una strada unica, la libertà viene prima, stare al mondo come donne senza passare attraverso la competizione con i maschi significa “diventare soggette”.

Il testo è molto denso di citazioni e di riferimenti, non ho qui la possibilità di entrare nel discorso stimolante, mi sembra comunque che sia un libro che esce in un momento molto complesso, segnato dal ripiego del femminismo, che pone domande molto articolate sulla questione del femminile da un punto di vita antropologico e psicoanalitico.

La via matrilineare, la centralita del rapporto madre e figlia, che ha rivoluzionato il modo di lavorare di molte psicoterapeute, sono temi che percorrono tutto il libro.

Un’altra tematica innovativa consiste nel come portare nell’ambito lavorativo la modalità del femminile, dal punto di vista del modo, puntando sulla flessibilità, ma la giornalista mette in guardia sul problema che la scomparsa simbolica delle donne comporta la perdita del valore delle relazioni, di cui le donne sono state custodi.

Finisco questo brevissimo excursus del libro- che mi sembra un tentativo forte di trovare una strategia per recuperare i grandi temi del femminismo e coniugarli con nuovi problemi posti dalla psicoanalisi sulle questioni di genere - ricordando un pezzo suggestivo del testo: si chiede Marina Terragni “è possibile salvare la differenza fuori dalla relazione di dominio?”.

Riferendosi al tango la seguidora è passiva, è lui , il maschio, che comanda. Ma chi comanda davvero?

Nel tango il mistero è nel non capirsi, nel non raggiungersi tra maschio e femmina. E come ha scritto Drazien, una analista lacaniana, “l’uomo e la donna non si incontreranno mai completamente, c’è solo sempre un resto che fa decadere la speranza di una unione completa, solo nei rapporti psicotici si tende a questo” .