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Cinema
Into the wild Stampa E-mail
intothewild.jpg Recensione di Gabriella Parca
In "Into the wild", letteralmente “Nel mondo selvaggio”, che il regista americano Sean Penn ha tratto da un libro di Jon Krakauer, ispirato a sua volta alla vicenda vera del giovane Cristopher McCandless, si ritrovano, portati all’estremo, tutti i miti della cultura americana. A cominciare da quello della libertà, che in questo caso significa rottura di ogni legame, con la famiglia, con la società, con le amicizie, e sconfina nel totale individualismo. L’esatto contrario di quello che diceva Gaber in una sua canzone: la libertà è partecipazione.








Quindi l’uomo, cavaliere solitario, deve contare solo su se stesso, e cercare un rapporto diretto con la natura, che però è anche una sfida alle sue manifestazioni più selvagge.  Poi c’è il mito del viaggio, quasi fine a se stesso perché non ha una meta e ispira osservazioni filosofiche alquanto discutibili, come quando si dice che i rapporti umani non contano, non hanno alcuna importanza. Ma soprattutto il “viaggiatore” non conosce e non parla con gli abitanti dei luoghi che attraversa, e ha soltanto qualche sporadico contatto con altri “stranieri” come lui, che incontra per caso.
Tuttavia si tratta di un film grandioso, di una durata altrettanto ragguardevole - due ore e mezzo circa -, con paesaggi bellissimi e un’interpretazione perfetta  del giovane attore Emile Hirsch. Un film da vedere anche per discutere.
 
Caos Calmo Stampa E-mail
caoscalmo.jpg Recensione di Gabriella Parca
Come ne “La stanza del figlio”, il più bel film di Nanni Moretti, anche in questo “Caos Calmo” - in cui il regista è Antonello Grimaldi e Moretti il protagonista - il racconto cinematografico prende l’avvio da un avvenimento drammatico e molto doloroso: lì è la morte in mare del figlio-ragazzo, qui è la morte della giovane moglie del protagonista che si spiaccica al suolo cadendo dall’alto. Le reazioni dei familiari sono però completamente diverse, e proprio in questo sta la diversità dei due film. Nel primo, la vita dei genitori e della sorella è sconvolta nel modo più credibile e naturale, tanto da coinvolgere lo spettatore in questo dolore senza fine, in questa tragedia inaccettabile, come sempre è inaccettabile nella realtà la morte di un figlio.







Insolita è la reazione del marito-vedovo e della figlia-bambina in “Caos Calmo”, tratto dal romanzo di Sandro Veronesi. Le loro emozioni sembrano congelate. Unico segno che la tragedia ha toccato l’uomo è un comportamento decisamente fuori dal comune: egli abbandona i suoi impegni di manager e passa il suo tempo su una panchina davanti alla scuola della figlia, che accompagna regolarmente ogni giorno e alla quale si dedica completamente. Da questo osservatorio guarda il mondo a portata di vista: una ragazza che porta a spasso il cane, un bambino down accompagnato da una giovane donna… Poi i suoi amici lo vanno a trovare e, stupiti dalla sua calma, riversano su di lui i loro problemi, mentre gli affari della società vanno piuttosto a rotoli. Ma quello che stupisce, è che non affiora mai un ricordo, un pensiero, un rimpianto della moglie morta, che in fondo gli si rivela una sconosciuta quando qualche sprazzo di luce gli arriva dal di fuori.
In questo quadro in cui l’erotismo non esiste, s’inserisce l’episodio di sesso che ha fatto tanto parlare di sé e ha suscitato la condanna di un Vescovo. In realtà, l’episodio può essere giudicato scandaloso se si guarda alla sessualità solo al fine procreativo e la si demonizza per tutto il resto. Mentre nel film ha un senso ben preciso: il protagonista in quel momento torna alla realtà dalla sua lunga assenza, e ci torna in un modo del tutto fisico, carnale. Semmai dispiace, e lascia una sensazione di freddezza, il fatto che la moglie morta sia davvero “scomparsa”, per sempre, senza lasciare traccia. E’ quella stessa sensazione che proveremmo se dimenticassimo di portare un fiore sulla tomba di una persona cara.


 
Cous Cous Stampa E-mail
couscous
Recensione di Gabriella Parca
Ci sono dei film che piacciono molto ai critici, i quali gridano subito al capolavoro segnalandolo con cinque stelle, come un hotel extralusso. Così, lo spettatore comune che va a vederlo, per non fare la figura del cretino dice che è bellissimo, e lo dice anche ai suoi amici. Tutti corrono in massa allo spettacolo, creando file lunghissime davanti al botteghino e questa è la migliore pubblicità. Poi, però, se chiedi a quello stesso spettatore perché il film gli è piaciuto tanto, nella maggior parte dei casi non te lo sa dire.







E’ quello che avviene, a mio parere, per “Cous Cous” del regista tunisino Abdellatif Bechiche, che ha vinto il Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia. Non si può negare che il soggetto sia molto originale e fa scoprire un ambiente, quello degli emigrati in Francia dalle ex colonie nordafricane francesi, pochissimo conosciuto. E’ anche vero che la fotografia è molto bella e tutti i visi sono così veri ed espressivi che parlano da soli, raccontando una storia dolce-amara che fa sorridere ma stringe il cuore. Però… il film dura due ore e mezzo, perché le sequenze sono lunghissime, hanno tempi orientali, a volte non si vede l’ora che finiscano. Mentre avrebbe potuto avere una lunghezza normale o poco più, dicendo le stesse cose, con lo stesso impatto emotivo.
La storia è quella di Beiji, sessantenne operaio tunisino trapiantato in Francia, a Marsiglia, che non potendo più lavorare nel cantiere navale sogna di aprire un ristorante su una vecchia nave in disarmo. Conta per questo su la ex moglie, bravissima nel fare il cous cous di pesce, questa specie di piatto nazionale magrebino che piace molto anche agli occidentali. Ma il sogno si scontra con la realtà della mancanza di denaro - indispensabile per realizzarlo - e con i vani tentativi di procurarselo. Finché ha un’idea: sistemata alla meglio la nave con l’aiuto di uno dei tanti figli, organizza una grande cena a base di cous cous e invita tutti coloro che gli hanno rifiutato il prestito oltre ai vari notabili della città. Il successo sembra assicurato, perché tutta la numerosa famiglia e i vecchi amici partecipano all’impresa. Ma un contrattempo all’ultimo momento sta per mandare tutto all’aria…Viene da pensare ai Malavoglia di Verga, con la loro povera barca di lupini…Forse però a Beiji andrà meglio, grazie anche ad una strepitosa, pure se un po’ naif, danza del ventre improvvisata da una sua figliastra.
 
L'amore al tempo del colera Stampa E-mail

l'amore al tempo delcolera

Recensione di Gabriella Parca

Peccato! Peccato che una storia d’amore oltre i limiti, raccontata con passione da Garcia Màrquez nel suo romanzo “L’amore ai tempi del colera” , sia diventata sullo schermo, nel film omonimo di Mike Newell, qualcosa di freddo e di poco convincente.
Già, perché la storia comincia, come molte altre, con un innamoramento a prima vista tra due adolescenti, a Cartagena, nella Colombia di fine Ottocento. Ma un padre-padrone mercante di muli, che ha tutt’altro progetto per la bella figlia Fermina (Giovanna Mezzogiorno), prima cerca di ostacolare l’idillio sul nascere, poi, visto che non ci riesce, allontana la ragazza. Ma la distanza non fa che rafforzare i sentimenti, finché con un totale atto d’imperio viene imposto il matrimonio con un altro uomo, un importante medico che cura l’epidemia di colera, abbattutasi sul paese.
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