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Cinema
Il Divo Stampa E-mail

il divo Recensione di Gabriella Parca

La prima sorpresa è nel titolo: Il Divo. Se uno va a vedere questo film di Paolo Sorrentino senza conoscere l’argomento, pensa che il protagonista sia un gran personaggio dello spettacolo. E invece no, è un politico, simbolo del potere, e tanto per non fare nomi, è Giulio Andreotti. Ma - seconda sorpresa - un Andreotti completamente diverso da quello che tutti conosciamo per averlo visto tante volte in televisione, per aver letto le sue interviste, magari qualche volta anche per averlo visto da vicino: una persona dall’aspetto bonario, che sorride spesso e ama le battute spiritose, a volte un po’ ciniche, come quando dice: “Il potere logora chi non ce l’ha”. E lui lo sa bene, perché ce l’ha da cinquant’anni, passando indenne attraverso tutti gli scandali della prima e della seconda repubblica.


Invece l’Andreotti del film, interpretato da Toni Servillo, sembra che abbia incollata sul viso una maschera con un’espressione gelida, ovviamente sempre la stessa, e pur camminando esattamente come l’Andreotti vero, non ha niente che gli somigli. Tanto meno il modo di esercitare il potere, che è quello di altri tempi, forse dei tempi dei Borgia, e non quello sornione e accattivante di oggi. Del resto Servillo lo ha dichiarato in un’intervista: “ Io non mi sono ispirato a Giulio Andreotti per creare il personaggio, ma ho creato un personaggio che esprime il potere, aderente al copione del film.” Quindi niente da dire sulla sua interpretazione che è stata ottima come sempre, e ha contribuito a far assegnare un premio a IL DIVO, al festival di Cannes.

La vicenda si snoda nei palazzi del potere, basandosi sulle varie accuse che sono state fatte in tutti questi anni all’uomo politico, per ben sette volte presidente del Consiglio, ma anche più volte processato, senza tuttavia mai riportare alcuna condanna definitiva. Il ruolo della moglie, interpretato dalla brava Anna Bonaiuto, è purtroppo del tutto inesistente. Come si conviene a questo “alieno”, tutto preso dai suoi intrighi e dai suoi egocentrici interessi.

 
Gomorra Stampa E-mail

gomorra.jpg Recensione di Gabriella Parca

Gomorra, tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano, è un affresco senza pietà di un territorio dominato dalla camorra, che peraltro non viene mai nominata, e cioè dominato dalla violenza, che definire animalesca si fa torto agli animali. Unico scopo di tanta violenza è arraffare denaro, tanto denaro, ed esercitare un potere sempre finalizzato al denaro.







Il film realizzato da Matteo Garrone ha tanti personaggi, ma nessun protagonista che faccia da filo conduttore e dia il senso del racconto. Ciò ingenera un po' di confusione, perché si "aprono" tante storie che rimangono sospese fino alla fine, quando una ad una si concludono. La gente è quella vera di Scampia, tranne alcuni eccellenti attori come Toni Servillo, e parla un dialetto incomprensibile, tanto che sono necessari i sottotitoli.

Quello che si presenta è un mondo alieno, in cui esistono solo loro, i camorristi, perché tutti in un modo o nell'altro sono coinvolti, anche i bambini, per non parlare degli adolescenti che rappresentano “l’esercito” di questa forza oscura. E sembra che non esistano le cosiddette forze dell’ordine, che appaiono solo a cose fatte, cioè dopo “un’ammazzatina” come dicono in Sicilia, vale a dire dopo una strage. In realtà, carabinieri e polizia esistono, e si danno molto da fare, ma per ora non sono vincenti. Perché questo è un mondo in cui uccidere è la norma e non l'eccezione, e se uno che vuole uscirne viene risparmiato, ti meravigli e resti quasi incredulo.
Indubbiamente GOMORRA è un bel film, che ha ottenuto un meritato riconoscimento al Festival di Cannes. Ma stringe il cuore vedere che un pezzo d’Italia così ricco di bellezze naturali, ora sommerso dai rifiuti, sia penetrato fino in fondo da “rifiuti” ancora peggiori di carattere morale, come la perdita di ogni valore e l’incapacità di dare un significato alla vita.
 
I demoni di San Pietroburgo Stampa E-mail
demoni_di_S_Pietroburgo.jpg
Recensione di Gabriella Parca
Un bel film, “I demoni di San Pietroburgo” di Giuliano Montaldo. Di quelli che non bisogna arrivare a metà della pellicola per capire di cosa si tratta, o scervellarti alla fine per interpretare il pensiero del regista. No, questo film racconta in modo lineare e coinvolgente un periodo della vita del grande scrittore russo Fiodor Dostoevskij, vissuto dal 1821 al1881 e considerato dai critici letterari colui che nei suoi romanzi ha scrutato più a fondo nell’anima umana.









All’epoca dei fatti narrati, lo scrittore, interpretato mirabilmente dall’attore slavo Miki Manojlovic, aveva circa quarant’anni ed era famoso in tutta la Russia, ma anche oberato dai debiti e succube del vizio del gioco. Ma soprattutto aveva alle spalle esperienze terribili, come una falsa fucilazione (era stato condannato a morte con l’accusa di appartenere ad un’organizzazione terrorista e all’ultimo istante la pena capitale era stata commutata in decenni di carcere) e dieci durissimi anni di prigionia in Siberia.

Ora però lo scrittore ripudia la violenza, come si direbbe oggi. Coinvolto suo malgrado in un giro di giovani rivoluzionari che vogliono uccidere lo zar e tutta la “casta” imperiale, tenta d’impedire l’inutile spargimento di sangue, non solo con i suoi scritti, ma anche con la sua azione. Ormai, però, quei giovani che l’ammiravano tanto come intellettuale schierato dalla parte degli umili e degli oppressi, non ascoltano più il suo messaggio di non-violento. Anzi considerano il loro idolo un traditore, mentre lui si consuma tra problemi personali - povertà e malattie - e l’esigenza di “salvare il mondo” che vede precipitare.

In questo film così teso e così drammatico, non mancano tuttavia parentesi di sorriso e di ironia. Come quando una signora che si dice sua grande ammiratrice gli chiede l’autografo per un “suo” libro, che invece è di Turghenev, e lui senza scomporsi firma la dedica: “un amico dell’autore”. Così non mancano analogie con il presente. Anche se sono passati centocinquant’anni da allora, e viviamo in un contesto del tutto diverso, le parole del grande scrittore russo contro il terrorismo e contro la violenza sono sempre attuali. Potremmo sottoscriverle anche oggi.
 
Vogliamo anche le rose Stampa E-mail

vogliamoanchelerose.jpgRecensione di Gabriella Parca
C’era molta attesa per questo film-documento di Alina Marazzi, che racconta la storia delle donne italiane negli ultimi cinquant’anni. Un’impresa piuttosto difficile, sia che si basi su tre diari di ragazze anonime, che però vengono travolti dalla ricchezza del materiale di repertorio, sia che si guardi questo materiale come sfogliando un album di fotografie.
Per chi ha vissuto quegli avvenimenti, e li ha anche seguiti per motivi professionali come la sottoscritta, è facile inquadrarli, riconoscere i volti, dare un senso agli slogan che hanno accompagnato le lotte perché le leggi cambiassero e con le leggi anche il costume. Ma per le più giovani, temo sarà difficile andare al di là di uno sguardo superficiale, seppure interessato.







Il film si apre con una signora dall’apparenza tranquilla, che in un’intervista parla della vergogna del delitto d’onore, punito con qualche anno di carcere se a compierlo è l’uomo, dell’adulterio punibile solo se a commetterlo è una donna, anche separata, dell’impossibilità di praticare la contraccezione e persino di farla conoscere, perché è un reato “contro la sanità della stirpe”. E dice che finché tutto questo non cambierà, non si potrà parlare di parità dei sessi… Lo spettatore sobbalza sulla sedia. Dove siamo? Quando? Chi è quella signora che straparla? Non lo sa che oggi, da un pezzo, queste cose non ci sono più? Che la contraccezione è raccomandata nei consultori e sui giornali, che il delitto d’onore è stato cancellato dal nostro codice penale, che non esiste più il reato d’adulterio?... E allora perché non dare una data all’intervista (potrebbe essere dei primi anni sessanta) e un nome all’intervistata, l’avvocatessa romana Ada Picciotto, che più tardi s’impegnò nella lotta per l’istituzione del divorzio e fece parte della direzione della LID?  Ma di questa battaglia che durò cinque anni e fu fondamentale, perché all’inizio nessuno credeva che potesse riuscire data la fortissima opposizione della Chiesa, non si parla nel film.
Invece si “vede” molto sul movimento femminista, con le sue sfilate, i suoi striscioni dalle scritte geniali o folgoranti, e la sua battaglia principale, quella per uscire dall’aborto clandestino. Ma appunto si vede soltanto, perché manca - e questo vale per tutto il film - un commento, una voce narrante che senza essere didascalica accompagni quelle immagini. Ad esempio, in una manifestazione si vede Adele Faccio, fondatrice del CISA ( Centro Italiano Sterilizzazione e Aborto) con la sua giovane assistente Emma Bonino,  entrambe incriminate insieme a Marco Pannella  con l’accusa “infamante” di aiutare le donne ad abortire in una struttura protetta, proprio come più tardi  previde la legge. Ma anche su di loro neanche una parola, come se i cambiamenti basilari avvenuti in questo mezzo secolo, portando l’Italia allo stesso livello degli altri paesi europei, fossero avvenuti fatalmente e non perché in tanti (soprattutto donne) hanno lottato perché avvenissero.
Comunque contano i risultati. Un film può dire più di tanti libri, o almeno può spronare alla lettura di libri, se si vuole approfondire l’argomento. E “Vogliamo anche le rose” in particolare fa capire quanta strada hanno fatto le donne e quanto sia insulso rimpiangere il passato, come alcuni ancora fanno. Quel che dispiace, è vedere che non tutti  trovano il documento tanto interessante da restare fino in fondo, dove troverebbero anche le date dei principali avvenimenti. Utili se si vuole vedere il film una seconda volta.
 
Persepolis Stampa E-mail

persepolisRecensione di Gabriella Parca

Definire Persepolis un cartone animato è fuorviante, perché fa pensare ad una fiaba per bambini raccontata con disegni molto colorati. Invece è tutt’altra cosa: è un film d’animazione in bianco e nero, molto raffinato, più adatto al gusto degli adulti che a quello dei ragazzi. E coinvolgente non meno che se fosse interpretato da veri attori. Infatti è un film autobiografico, in cui la regista iraniana, Marjane Satrapi, racconta attraverso la sua storia personale anche quella dell’ultimo quarto di secolo dell’Iran.






Marjane ha la fortuna di nascere a Teheran (Persepolis) in una famiglia ricca e progressista. Un suo zio, avvocato, giudicato un pericoloso sovversivo dal regime dello Scià, è in prigione da anni e lei bambina ha una grande ammirazione per lui, che a sua volta ha un grande affetto per lei. Cade lo Scià, grazie alla rivolta popolare, e si insedia l’Ayatollah Komeini, ma ad una dittatura ne succede un’altra. Poi c’è la lunga guerra con l’Iraq, che provoca un milione di morti e fame e miseria…
Preoccupata per l’incolumità di Marjane e per sottrarla a tanti disagi, la sua famiglia a 14 anni la spedisce a Vienna, presso un’amica della madre. Qui la ragazza studia, ma ha anche esperienze negative, non ultima la droga. Così dopo qualche anno decide di tornare a casa.

persepolis2.jpg Ma anche a guerra terminata, la vita non è facile per una donna sotto il regime islamico, è quella di una prigioniera. E Marjane tenta di creare una “resistenza femminile”, ma amiche e conoscenti preferiscono adattarsi piuttosto che ribellarsi. Così si ritrova sola, poiché non è certo dagli uomini che può venirle solidarietà e aiuto. Naturalmente anche la sua vita sentimentale è un fallimento, con queste premesse. E alla fine, come nella realtà della regista, la protagonista si rifugia in Francia dove può essere finalmente se stessa.
Il film ha avuto molti riconoscimenti del tutto meritati, perché è ricco di poesia e di coraggio. Da ricordare in particolare il premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, e la candidatura all’Oscar 2008 come miglior film d’animazione.
 
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