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COME ALCUNI CIBI CI RENDONO DIPENDENTI Stampa E-mail

dott.ssa Manuela Nobile - Biologa Nutrizionista al CPD

L'uomo sta sfruttando il pianeta e non pone in primo piano la salute dei suoi abitanti, ma le potenti logiche del mercato. L'agricoltura è diventata intensiva e produce alimenti sempre più spesso OGM.

L’uomo sta sfruttando il pianeta e non pone in primo piano la salute dei suoi abitanti, ma le potenti logiche del mercato. L’agricoltura è diventata intensiva e produce alimenti sempre più spesso OGM. Nessuna pratica viene risparmiata per ottimizzare il guadagno. E molto viene sprecato, senza rispetto verso le persone affamate e verso il sacrificio dell’animale: l’unica cosa che conta è la velocità con cui la catena nascita-crescita-trasformazione dà origine a un prodotto commerciabile. Così la nostra alimentazione si è impoverita di nutrienti ed è diventata ipercalorica. Questo sconfina verso altri inevitabili tipi di sfruttamento del pianeta: la deforestazione, l’inquinamento, l’uso indiscriminato del suolo. Il pianeta ed i suoi abitanti ne soffrono inesorabilmente.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) permette che ciò avvenga per favorire la globalizzazione del mercato e garantire la produzione di cibo di bassa qualità, che possa essere distribuito in tutto il mondo e vada a saturare la grande distribuzione. La Comunità Europea cerca di resistere come può, ma rischia oggi di doversi piegare alle logiche produttive degli Stati Uniti o della Cina che hanno norme meno restrittive nei confronti delle manipolazioni dei prodotti dell’industria agroalimentare europea. In questo modo comincerà a circolare cibo a prezzo competitivo, ma impoverito perché trasformato attraverso una eccessiva raffinazione, venduto sul mercato fuori dalla sua stagionalità, senza aver completato il ciclo di maturazione in modo naturale, arricchito di aromi e conservanti per mantenerlo a lungo commestibile, coloranti per ottenerne una maggior gradevolezza agli occhi del compratore…
Tutto ciò è molto lontano da quello di cui noi vorremmo e dovremmo nutrirci! Questo sistema introduce la standardizzazione degli alimenti, mette a rischio la nostra conoscenza del contenuto dei cibi che acquistiamo e riduce la qualità, il sapore, i contenuti vitaminici originari, ma soddisfa la legge del mercato. Un meccanismo schiavo dell’interesse economico dei paesi ricchi, dove paradossalmente aumentano il numero di soggetti obesi e quindi malati, in particolare nelle classi meno istruite.
Il problema, ormai oggi percepito, è che il consumatore ricevendo messaggi contrastanti dalla pubblicità (che rappresenta il cibo come il benessere per il corpo, ma anche compenso per “l’anima stanca”) comincia a gratificarsi utilizzando i cibi che maggiormente stimolano sensazioni immediate di piacere, i cibi che contengono maggiori concentrazioni di zuccheri semplici, farine bianche, sale, grassi di ogni tipo: il cibo industriale e le bevande zuccherate.
Il soggetto più “fragile” è come sopraffatto dal piacere immediato. Egli scivola dentro questo meccanismo senza accorgersene, pensando di potersi fermare quando lo desidera e smettere di usare il cibo come gratificazione. Ma non è così facile uscire da una dipendenza, che in parte viene anche supportata a livello ormonale e dal proprio patrimonio genetico. A questo punto il gusto del consumatore si lega inevitabilmente a quel sapore e fa fatica a ritornare al prodotto semplice e vero.
Il cibo raffinato e trasformato rispetto alla sua naturalità, mette in pista un circolo vizioso del bisogno costante di altro cibo simile, sia perché rimane una memoria del gusto, molto dolce o molto saporito, sia perché risponde ad un meccanismo ormonale dell’aumento dell’insulina.
Funziona così: un’alimentazione in cui sono presenti carboidrati raffinati e ad alto indice glicemico induce una continua produzione di insulina, che non permette ai grassi di essere utilizzati, ossia “bruciati”, ma induce una sensazione di nuova fame, compensata poi da altri zuccheri, assunti come spuntini. Purtroppo molti alimenti ad alto indice glicemico fanno parte della nostra cultura e delle abitudini quotidiane ed è difficile limitarli. Ad esempio il pane bianco, la farina “00”, il riso brillato, la pasta industriale, le patate, i fiocchi di cereali industriali, i dolci in generale.
Il consumatore diventa dipendente dal sistema credendo di essere in un ambito di privilegio e benessere che gli fa risparmiare fatica e gli offre sapori intensi.
Quando si è seguito meccanismi del tipo descritto, è facile che si ricorra, ormai tardivamente, al medico che può solo costatare la presenza di importanti patologie già cronicizzate o di unsovrappeso-obesità che sono difficili da correggere. Malattie cardiovascolari, cerebrovascolari, diabete, cancro, ipertensione, solo le principali patologie favorite dall’errata alimentazione e la vera insidia da cui tutte emergono sembra essere l’infiammazione.
Ma è solo questa la ragione per cui nei paesi ricchi e visibile un aumento dell’obesità e del diabete così accentuato?
Forse no. Secondo alcuni studiosi il DNA umano è quello dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori, ossia adeguato a sostenere un’alimentazione ad alto contenuto di proteine e grassi, ma scarso di carboidrati. I nostri progenitori sono diventati poi agricoltori, ma in un tempo ancora relativamente recente, per far avvenire un cambiamento significativo del genoma ed un adattamento alla possibilità di assumere tanti carboidrati, senza dover soffrire mai di carestia. Il nostro genoma ha permesso all’uomo di sopravvivere, potendo risparmiare energia nei periodi di lunga carestia ma, difronte all’abbondanza di nutrienti, in particolare di carboidrati, non può evitare di accumulare velocemente grasso.
C’è quindi un problema genetico che può emergere solo quando è presente il benessere e la facile accessibilità al cibo, pur di bassa qualità, ma c’è anche una dipendenza dai cibi industriali. L’uomo rischia di essere prigioniero fra motivazioni culturali, psicologiche, biochimiche e ormonali.
Cosa possiamo fare per reagire? Intanto essere certi che il cibo industriale dovrebbe essere bandito in favore di quello integrale biologico.
• Consumare meno cibo, privilegiando una qualità più accurata e per questo meno accessibile materialmente ed economicamente.
• Preparare verdure ad ogni pasto, consumare frutta nelle giuste quantità.
• Ritornare alle origini nella scelta dei carboidrati cercando le varietà che sono certificate come biologiche ed integrali.
• Fare una scelta responsabile sui grassi, privilegiando i grassi buoni come gli omega 3 ed i grassi monoinsaturi che riducono l’infiammazione.
• Evitare di introdurre grassi idrogenati modificati, presenti negli alimenti industriali, che aumentano l’infiammazione.
• Consumare proteine animali e vegetali in quantità equivalente, in modo da non assumere troppo colesterolo.
• Ridurre le carni rosse, evitare le carni conservate.
• Evitare lo zucchero.
• Introdurre il sale in quantità non superiore a 5 grammi al giorno.
• Evitare la sedentarietà, rimanere snelli per tutta la vita.
E questi sono solo pochi cambiamenti su cui dobbiamo impegnarci. Le regole principali sono indicate in un preciso documento che ha pubblicato l’Istituto dei Tumori nel 2007.
Ognuno di noi deve partire da piccoli cambiamenti, che diventino poi delle abitudini di ogni giorno. Deve darsi delle regole da non evadere: le regole fanno il carattere e non il contrario, come molti credono! Può darsi sia un’impresa assai difficile, ma bisogna credere di poter migliorare il futuro, apprezzando la libertà dalla dipendenze e rivendicando nel proprio piccolo mondo, il diritto di sottrarsi alla globalizzazione.
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Nessuna pratica viene risparmiata per ottimizzare il guadagno. E molto viene sprecato, senza rispetto verso le persone affamate e verso il sacrificio dell’animale: l’unica cosa che conta è la velocità con cui la catena nascita-crescita-trasformazione dà origine a un prodotto commerciabile. Così la nostra alimentazione si è impoverita di nutrienti ed è diventata ipercalorica. Questo sconfina verso altri inevitabili tipi di sfruttamento del pianeta: la deforestazione, l’inquinamento, l’uso indiscriminato del suolo. Il pianeta ed i suoi abitanti ne soffrono inesorabilmente.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) permette che ciò avvenga per favorire la globalizzazione del mercato e garantire la produzione di cibo di bassa qualità, che possa essere distribuito in tutto il mondo e vada a saturare la grande distribuzione. La Comunità Europea cerca di resistere come può, ma rischia oggi di doversi piegare alle logiche produttive degli Stati Uniti o della Cina che hanno norme meno restrittive nei confronti delle manipolazioni dei prodotti dell’industria agroalimentare europea. In questo modo comincerà a circolare cibo a prezzo competitivo, ma impoverito perché trasformato attraverso una eccessiva raffinazione, venduto sul mercato fuori dalla sua stagionalità, senza aver completato il ciclo di maturazione in modo naturale, arricchito di aromi e conservanti per mantenerlo a lungo commestibile, coloranti per ottenerne una maggior gradevolezza agli occhi del compratore…

Tutto ciò è molto lontano da quello di cui noi vorremmo e dovremmo nutrirci! Questo sistema introduce la standardizzazione degli alimenti, mette a rischio la nostra conoscenza del contenuto dei cibi che acquistiamo e riduce la qualità, il sapore, i contenuti vitaminici originari, ma soddisfa la legge del mercato. Un meccanismo schiavo dell’interesse economico dei paesi ricchi, dove paradossalmente aumentano il numero di soggetti obesi e quindi malati, in particolare nelle classi meno istruite.

Il problema, ormai oggi percepito, è che il consumatore ricevendo messaggi contrastanti dalla pubblicità (che rappresenta il cibo come il benessere per il corpo, ma anche compenso per “l’anima stanca”) comincia a gratificarsi utilizzando i cibi che maggiormente stimolano sensazioni immediate di piacere, i cibi che contengono maggiori concentrazioni di zuccheri semplici, farine bianche, sale, grassi di ogni tipo: il cibo industriale e le bevande zuccherate.

Il soggetto più “fragile” è come sopraffatto dal piacere immediato. Egli scivola dentro questo meccanismo senza accorgersene, pensando di potersi fermare quando lo desidera e smettere di usare il cibo come gratificazione. Ma non è così facile uscire da una dipendenza, che in parte viene anche supportata a livello ormonale e dal proprio patrimonio genetico. A questo punto il gusto del consumatore si lega inevitabilmente a quel sapore e fa fatica a ritornare al prodotto semplice e vero.

Il cibo raffinato e trasformato rispetto alla sua naturalità, mette in pista un circolo vizioso del bisogno costante di altro cibo simile, sia perché rimane una memoria del gusto, molto dolce o molto saporito, sia perché risponde ad un meccanismo ormonale dell’aumento dell’insulina.

Funziona così: un’alimentazione in cui sono presenti carboidrati raffinati e ad alto indice glicemico induce una continua produzione di insulina, che non permette ai grassi di essere utilizzati, ossia “bruciati”, ma induce una sensazione di nuova fame, compensata poi da altri zuccheri, assunti come spuntini. Purtroppo molti alimenti ad alto indice glicemico fanno parte della nostra cultura e delle abitudini quotidiane ed è difficile limitarli. Ad esempio il pane bianco, la farina “00”, il riso brillato, la pasta industriale, le patate, i fiocchi di cereali industriali, i dolci in generale.

Il consumatore diventa dipendente dal sistema credendo di essere in un ambito di privilegio e benessere che gli fa risparmiare fatica e gli offre sapori intensi.

Quando si è seguito meccanismi del tipo descritto, è facile che si ricorra, ormai tardivamente, al medico che può solo costatare la presenza di importanti patologie già cronicizzate o di unsovrappeso-obesità che sono difficili da correggere. Malattie cardiovascolari, cerebrovascolari, diabete, cancro, ipertensione, solo le principali patologie favorite dall’errata alimentazione e la vera insidia da cui tutte emergono sembra essere l’infiammazione.

Ma è solo questa la ragione per cui nei paesi ricchi e visibile un aumento dell’obesità e del diabete così accentuato?

Forse no. Secondo alcuni studiosi il DNA umano è quello dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori, ossia adeguato a sostenere un’alimentazione ad alto contenuto di proteine e grassi, ma scarso di carboidrati. I nostri progenitori sono diventati poi agricoltori, ma in un tempo ancora relativamente recente, per far avvenire un cambiamento significativo del genoma ed un adattamento alla possibilità di assumere tanti carboidrati, senza dover soffrire mai di carestia. Il nostro genoma ha permesso all’uomo di sopravvivere, potendo risparmiare energia nei periodi di lunga carestia ma, difronte all’abbondanza di nutrienti, in particolare di carboidrati, non può evitare di accumulare velocemente grasso.

C’è quindi un problema genetico che può emergere solo quando è presente il benessere e la facile accessibilità al cibo, pur di bassa qualità, ma c’è anche una dipendenza dai cibi industriali. L’uomo rischia di essere prigioniero fra motivazioni culturali, psicologiche, biochimiche e ormonali.

Cosa possiamo fare per reagire? Intanto essere certi che il cibo industriale dovrebbe essere bandito in favore di quello integrale biologico.

• Consumare meno cibo, privilegiando una qualità più accurata e per questo meno accessibile materialmente ed economicamente.

• Preparare verdure ad ogni pasto, consumare frutta nelle giuste quantità.

• Ritornare alle origini nella scelta dei carboidrati cercando le varietà che sono certificate come biologiche ed integrali.

• Fare una scelta responsabile sui grassi, privilegiando i grassi buoni come gli omega 3 ed i grassi monoinsaturi che riducono l’infiammazione.

• Evitare di introdurre grassi idrogenati modificati, presenti negli alimenti industriali, che aumentano l’infiammazione.

• Consumare proteine animali e vegetali in quantità equivalente, in modo da non assumere troppo colesterolo.

• Ridurre le carni rosse, evitare le carni conservate.

• Evitare lo zucchero.

• Introdurre il sale in quantità non superiore a 5 grammi al giorno.

• Evitare la sedentarietà, rimanere snelli per tutta la vita.

E questi sono solo pochi cambiamenti su cui dobbiamo impegnarci. Le regole principali sono indicate in un preciso documento che ha pubblicato l’Istituto dei Tumori nel 2007.

Ognuno di noi deve partire da piccoli cambiamenti, che diventino poi delle abitudini di ogni giorno. Deve darsi delle regole da non evadere: le regole fanno il carattere e non il contrario, come molti credono! Può darsi sia un’impresa assai difficile, ma bisogna credere di poter migliorare il futuro, apprezzando la libertà dalla dipendenze e rivendicando nel proprio piccolo mondo, il diritto di sottrarsi alla globalizzazione.