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Home Spazio aperto Libri L'ORTO DI UN PERDIGIORNO - CONFESSIONI DI UN APPRENDISTA ORTOLANO
L'ORTO DI UN PERDIGIORNO - CONFESSIONI DI UN APPRENDISTA ORTOLANO Stampa E-mail

Recensione di Marina Mariani dal libro di Pia Pera

Tea- Tascabili degli Editori associati S.p.A., Milano - Pagine 205. € 8,60

Che senso ha scomodare Ludwig Wittgenstein (Vienna 1889-Cambrige 1951)- filosofo del secolo scorso per introdurre il diario di una apprendista contadina? Di una “sciupa” tempo, una perdi giorno?

Risposta: Chi più di un orto può essere maestro, maieuticamente filosofo? Filosofo di quale sapere?  di quale discorso? E ancora che senso ha ripartire dal legame spezzato con la terra? Ma care lettrici/tori quale oggetto è più concreto di un orto? Enuncia Wittgenstein, nel suo testo Della Certezza: “Se sai che c’è una mano allora ti concediamo tutto il resto” è l’atto di fiducia che il lettore si trova a fare seguendo l’autrice nella riscoperta di un metodo scientifico che tenta di ricongiungere il sapere tratto dal senso comune con la sperimentazione empirica.

E’ l’universo fisico oggettivo dei sapori, odori, colori, insieme a valori etici estetici che ci viene incontro. E’ lo stupore di scoprire che la “personale” percezione del mondo fisico si produce proprio con il contatto con gli oggetti fisici, col mettere mano e mani alla terra.

E’ il ribaltamento di una convinzione comune quello che veniamo a scoprire nella narrazione di Pia Pera. Nessuno di noi metterebbe in dubbio che l’esperienza ordinaria servirebbe agli umani per il soddisfacimento dei loro bisogni quotidiani, ma non sarebbe più uno strumento idoneo in vista di una conoscenza vera e scientificamente controllata.

In realtà, il senso comune si presenta come un campo arato dalle tecniche metodologiche della scienza e della filosofia non solo d’occidente ma anche d’oriente. E’ la piccola rivoluzione che accade procedendo nella lettura delle quotidiane fatiche, degli inciampi, delle scoperte e provvide soluzioni che l’autrice ci viene narrando.

I capitoli del libro portano i nomi dei mesi dell’anno, vi è un incipit e una conclusione che nella dimensione del tempo circolare ci riporta all’autunno, tempo di semina, tempo con cui si era aperto il nostro viaggio di lettori. Ci sostiene la potenza del linguaggio dell’autrice, l’accuratezza nel cogliere il dettaglio, la capacità di catturare la luce, gli umori della terra, dei vegetali, dell’atmosfera e renderli attraverso pennellate di parole in immagini concrete, tangibili ai sensi, generose, pregne di riflessività etica e di bellezza.

“Ogni cosa ha una sua perfezione, una volontà che traspare. Ma dove la bellezza non basta, e si vuole prendere nutrimento nell’orto, non si riesce a separare il godimento estetico dalla necessità di coltivare qualcosa da mettere in tavola. ….Il giardino è luogo di contemplazione, gioco, libera sperimentazione. ……In questo  senso è un paradiso, L’Eden, luogo di sperimentazione ed innocenza. L’orto è posteriore alla caduta. E’ il luogo dove viene meno la fiducia dei pennuti nella provvidenza.” Da pag.27