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UNA SU CINQUE NON LO FA Stampa E-mail

Recensione di Marina Mariani dal libro di  Eleonora Cirant

Editore Franco Angeli - pp.137, euro 17,00

Nel Paese europeo con il tasso di natalità fra i più bassi d’Europa  quale senso può esserci nell’esplorare la motivazione di quel 20% di donne che  in piena consapevolezza sceglie di non avere un figlio? Quale è la valenza, il significato, la portata di questo non per la generazione “over 30th”? 

Siamo immediatamente informate dall’autrice Eleonora Cirant che si trova nel “cammin di mezza vita” tra i trenta e i quaranta in quel lasso di tempo nel quale le donne occidentali decidono che è arrivato il momento di procreare. Questo ha voluto dire per l’autrice trovarsi immersa in un turbillon di domande e di future nuove nascite. Le domande che con tono speranzoso le venivano erano quelle di chi chiede se ci sono “novità?”, se finalmente ha deciso di avere un figlio.  

Le future nascite riguarderanno le amiche, le colleghe di lavoro che hanno deciso di prendere “la cometa” per la coda e fatto un salto di “classe” da figlie a future madri. Lei l’autrice non ci da un immediata risposta. Si prende in tempo della riflessione e decide di scrivere un libro su chi decide di No alla maternità e alla sua mistica. Colgo un rumoreggiare di fondo di chi sospetta una “maternità simbolica”. Non mi avventurerei in un così arduo cammino, piuttosto, parlerei di ironico, sagace, “panphlet” non contro la maternità ne a favore di buone pratiche per vivere felici senza figli/e .

Un percorso esplorativo e interrogante che fa fare un tuffo nel  femminile post-moderno dove tutte (madri e non) si chiedono come la collettività possa prendersi cura dei bambini in modo sistematico, economico, integrato, efficiente, vantaggioso  per liberare la  passione, la creatività, l’amore di tutte/i alla vita. Perché se il potere (anche quello di generare) è una forma di relazione necessaria alla comunità dei viventi può diventare tossico e generare degli scompensi se ci si cristallizza in un ruolo, in una funzione anche quando si tratta del “prendersi cura”.

“…la prima educazione degli uomini dipende dalle cure che le donne prodigano loro; dalle donne infine dipendono i loro costumi, le loro passioni, i loro gusti, i loro piaceri, la loro stessa felicità. Così tutta l’educazione delle donne deve essere in funzione degli uomini. Piacere e rendersi utili a loro, farsi amare ed onorare, allevarli da piccoli, averne cura da grandi, consigliarli, consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce (…) Il più forte è apparentemente il padrone ma di fatto dipende dal più debole.” J. Rousseau, L’Emilio, pp.238/39 ed. Armando. Roma

E’ questa ambivalenza del desiderio che si intreccia con l’eros, l’anima  e la precarietà dell’esistere che l’autrice va interrogando. Ogni scelta è portatrice di responsabilità, come ogni interrogare è portatore di conflitti, contraddizioni e contraddittori che aprono allo sguardo dell’altra su di sé, uno sguardo, che a prescindere dalla scelta fatta, aiuta a vedere e a vedersi. Introduce  in quella dimensione del volersi sentire e conoscere come donna, del percepire “l’impronta di sé nel mondo”, un’aprirsi alla soggettività che è: “vivere una vita che ci assomiglia”. E’ questa consapevolezza di se stesse che spiana la via ad una maternità consapevole, una maternità che non è ne di testa ne di pancia ma che può essere “una conquista del cuore” perché non è una scelta che riempie un vuoto ma è una responsabilità che si può assumere quando la vita, la tua vita ha già un senso.

So che può sembrare una paradosso ma è attraverso questa consapevolezza della maternità (conquista storica recente) che prende corpo la “non” scelta della maternità come scelta consapevole. Questo No affermato come “rivoluzione copernicana”, nel senso di porci di fronte ad un punto di vista differente, mette a riflessione quali dinamiche relazionali (donna-uomo e viceversa) produce la disgiunzione del rapporto sessuale dal compito/dovere della procreazione. Disancorando il desiderio dalla pulsione a procreare si disancora la maternità “dal destino naturale e biologico”. Interrogandosi sul desiderio di maternità  si scopre il suo legame doppio con il ciclo vita, morte, vita per immetterlo nel  terreno fertilizzante della cultura/istruzione come “coltura” dei nostri talenti e desideri.

Istruzione non coincide con cultura e nemmeno con intelligenza ma  è un bon veicolo per entrambe; ed entrambe istruzione e cultura fanno si che le donne trovino la loro lingua per parlare del desiderio iscritto in una differenza non soltanto biologica e di genere. Liberando donne e uomini dall’obbligo di sottostare al dominio di Pippo.

Vi state chiedendo chi è Pippo posso solo anticiparvi che è  un espediente lessicale e letterario dell’ autrice ma anche un fenomeno storico e culturale profondo che ha attraversato e attraversa le nostre culture e società  del mondo: causa e origine di quella contraddizione relativa al femminile d’essere stato descritto come essere generante ma non generato (ricordate la famosa costola adamitica?); di considerare le donne senza discendenza, senza nascita, in quanto donna, essendo esse così prossime alla Natura da essere matrice e non soggetto interrogante.

Struttura Saggio:

Introduzione

Pelle d’anima

(Il lusso di scegliere; I figli danno senso alla vita?)

Materia prima

(Senza uomo; Con uomo)

Il desiderio interrogato

(Il desiderio apatico; Grandi madri e piccole donne; Umanamente mammifere; Consumatrici consapevoli; Il desiderio ambivalente; Il desiderio inappagato)

Tra dipendenza e autonomia (soldi, casa, lavoro)

(Tanto "flexy" e poco "security"; Essere figlie tra dipendenza e autonomia; Prima la stabilità; Lavoro e altre passioni)

Confronti e conflitti

(I tabù della maternità; Discorsi indecenti)

Soft-femminismo

(La befanizzazione del femminismo; Si stava meglio quando si stava peggio?)

Ringraziamenti

Riferimenti bibliografici