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FEMMINISMO E MOVIMENTI FEMMINILI NEI PARTITI POLITICI IN ITALIA - 23 Stampa E-mail

PARTE QUARTA - LA CRISI DEI PARTITI E LE QUOTE ROSA

Capitolo 6 - I nuovi orizzonti del Movimento Femminista?

LAURA
Il femminismo è un processo che, ormai, si sviluppa in tutto il mondo, anche se la grande politica, con le sue guerre finanziarie e le guerre guerreggiate continuano ad essere appannaggio del modo di pensare al maschile. Ma nessun governo e nessun paese può sottrarsi dal considerare i diritti delle donne.

Di politica per le donne se ne occupa il parlamento europeo e l’ONU che che nel 1979 ha prodotto un trattato internazionale, la “Convenzione per l’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne” (CEDAW), legalmente vincolante per la gran parte degli Stati che lo hanno firmato, anche se gli Stati in gran parte non proteggono tali diritti con le loro leggi. Nel preambolo la convenzione espressamente afferma che: “…è necessario un cambiamento nei ruoli tradizionali sia degli uomini sia delle donne, nella società e nella famiglia, per ottenere una perfetta uguaglianza fra uomini e donne.” Nel 1995, l’ONU promuove a Pechino la “IV Conferenza Mondiale delle Donne.”

In Italia, caduto il primo governo Berlusconi, è ministro degli esteri del governo Dini, Susanna Agnelli, la prima donna in Italia a ricoprire un ruolo tanto importante dal punto di vista “politico”.

In tale veste, Susanna Agnelli (esponente, come è noto, dell’alta borghesia aristocratica italiana, personaggio femminile di notevole importanza - per il suo rango - forse sensibile, ma politicamente estranea, alle rivendicazioni del Movimento delle donne) partecipa alla conferenza mondiale delle donne, anche con la sua credenziale di genere. E i mass media lo sottolineano.

A Pechino partecipa anche il Vaticano. Difatti la “Santa Sede” che governa il suo piccolo territorio a Roma concessole dai patti lateranensi, all’ONU ha lo “status” di “Osservatore Permanente di Stato non membro”. Il Vaticano é uno Stato particolare gerarchico-didattoriale, di soli uomini, votati alla castità, con una rigida  gerarchia maschile che esclude le donne.

Uno Stato portatore di un preciso credo religioso interpretato da maschi nel culto di una donna vergine e madre. Con tanta paura verso la sessualità che viene repressa con una severa “morale”, fonte di gravi traumi psicologici personali all’interno delle stesse gerarchie maschili religiose.

A Pechino, anche il Vaticano registra le “inaudite violenze sofferte da tante donne nel mondo” ma sostiene che responsabile è la "sessualità senza morale" che porta alla "tentazione di usare l'aborto come "soluzione" dei risultati della promiscuità sessuale”. E si adopra per “la protezione di ogni vita umana dal concepimento”. Il corpo della donna sarebbe … accessorio/contenitore della vita umana concepita. Non si è osato usare questo linguaggio a Pechino, ma le delegate degli Stati non hanno votato questa la mozione conclusiva del Vaticano, cui si è opposta l’Unione Europea.

E neppure hanno votato un paragrafo pure proposto dal Vaticano per sostenere il ruolo positivo della religione nella vita delle donne. Tutte concordano che a Pechino hanno partecipato gli Stati, ma hanno lavorano le associazioni non governative per confrontare tra loro le rispettive esperienze; le donne sono portate ad “agire localmente e pensare globalmente”; a Pechino più che “politiche”, erano portate dalle associazioni “pratiche” per

migliorare la vita: “progetti”, aiutati dal volontariato internazionale (con finanziamenti che magari si sperdono prima di arrivare a destinazione).

Comunque, Pechino ha portato visibilità all’agire al fare al dire di migliaia di donne di diversi Paesi e di diversa cultura, nei piccoli o meno piccoli progetti “locali”, tesi a sollevare la gente dalla povertà, e, in particolare, le donne, dal ruolo subalterno e dalla schiavitù familiare e sociale in cui si trovano ancora in non poche parti del mondo.

Si è parlato dei “women’s studies” nelle università, delle imprese editoriali 15 delle donne, delle iniziative delle donne nei Paesi in guerra, delle cooperative delle donne migranti, del ruolo delle donne nel microcredito, della difesa dei titoli di proprietà della terra, dell’accoglienza contro la violenza sessuale, delle mutilazioni sessuali, ed anche di paziente riesame ai testi delle grandi religioni.

Tre sono state le parole chiave: “genere”, come elemento costitutivo delle relazioni sociali fondate su una cosciente differenza tra i sessi; “empowerment”, da "conferire poteri", "mettere in grado di", e cioè progettazione di interventi che mirano a rafforzare il potere di scelta delle donne, migliorandone le competenze e le conoscenze in un'ottica di emancipazione politica ma anche in qualche modo terapeutica, nel senso di sottrarre le donne ai sensi di colpa quando si impegnano pubblicamente;
“mainstreaming”, che è l’intento di far attraversare in modo sistematico e preordinato in tutte le politiche, e particolarmente nelle politiche economiche, la considerazione degli effetti che le stesse politiche hanno rispetto agli uomini e rispetto alle donne.

Sono micro-politiche che si traducono in “azioni positive” tese a sostenere le “pari opportunità” per uomini e donne, che dovrebbero tradursi in Grandi politiche se fosse rispettato a livello mondiale l’obbligo per gli Stati di attuare la parità di rappresentanza politica di uomini e donne nelle istituzioni e nei centri decisionali: la politica che è detta delle “quote rosa”, che fa propria la convinzione che la crescita sociale è un percorso che può che essere attuato solo quando le donne, in numero consistente. diventano soggetti e attrici della politica.

Per attuare il risultato di eguale partecipazione alla vita pubblica delle donne rispetto agli uomini, la ricetta è che la legge ogni Stato garantisca in ogni luogo di potere la partecipazione proporzionale delle donne, detta le ”quote rosa”.

Qualcuno ha chiamato la “quote rosa” la “terza ondata del femminismo”.

In realtà, imbrigliate nei loro partiti, le stesse donne che aspirano alla “carriera” hanno mete differenti: alcune, autoreferenziali, vogliono sfondare 16 il tetto di cristallo alla conquista del “potere” per se stesse, e restano alleate ai loro maschi della classe di potere.

Alcune vorrebbero costruire una “politica” di servizio, per il rispetto dei diritti umani ad ogni nato/a (da donna), coniugando la autodeterminazione con la solidarietà, la vita privata con la vita pubblica, la qualità della vita con la protezione e conservazione del pianeta che l’ingordigia di pochi potenti mette a repentaglio per tutti.

Si sa bene che non è opera titanica lavorare contro la consolidata aspirazione a privilegi al denaro al potere.

In Italia, non pare la meta dei nuovi partiti in Italia sia in grado di elaborare una nuova visione di intervento sull'economia, la organizzazione di un equilibrio tra sani e corretti, non corrotti poteri pubblici (Stato, banca centrale, autorità varie), Non pare che politica dei partiti sia condotta per dare un ritmo coordinato alla ridistribuzione delle ricchezze.

La compianta Fiorella Ghilardotti, che è stata presidente della Regione Lombardia e deputato europeo, aveva approfondito il metodo scientifico per dare regole ai bilanci pubblici, in modo che fossero strumento trasparente della acquisizione e ridistribuzione delle risorse.

Aveva affrontato, come deputato europeo, nella Commissione bilancio, la complessità di un nuovo sistema che avesse come riferimento ogni scelta politica, economica e sociale, la strategia di “gender mainstreaming”.

Proponeva, sulla scorta di esperienze attuate, per esempio, in Australia, che nelle scelte che ispirano i bilanci pubblici di previsioni possa essere effettuata preliminarmente una “gender budget analysis”, cioè un’analisi delle entrate e delle spese di ogni pubblica amministrazione che tenga conto degli effetti che la scelta finanziaria determina e per le donne e per gli uomini.

Spiegava che la “gender budget analysis” non produce bilanci separati per sesso, né persegue necessariamente un aumento delle spese per i programmi destinati alle donne.

La specificità sta negli strumenti: la valutazione ex-ante del bilancio, ed il monitoraggio ex-post dei suoi esiti. Da noi, i mass media non ne parlano. E i bilanci pubblici sono così complicati che ben pochi li sanno leggere e la gente li subisce.