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COSI' E' LA VITA Stampa E-mail

Recensione  di Silvia Cipolli, consulente CPD, dal libro di Concita De Gregorio

Cosi è la vita è un libro che, attraverso la narrazione di storie diverse e incontri particolari, come quello con l’Accompagnatore alla morte, racconta di come, nel nostro tempo, ci stiamo allontanando dal tema della morte. Parafrasando la citazione dello storico Philippe Ariès, la sofferenza, la fragilità e la morte come ogni tipo di perdita non fanno parte del quadro mentale dell’uomo occidentale.

A scuola non c’è spazio per l’educazione emotiva all’insuccesso, al dolore. Capita poi che al primo contrattempo i ragazzi diano segnali di frustrazione esagerata. In realtà, come dice la maestra Rosa, siamo noi adulti ad essere impreparati, ad avere paura di trattare il tema della sofferenza e della morte.

Ed ecco allora che semplici e lapidarie arrivano le parole di Francoise Dolto che sostiene che ai bambini non bisogna tacere niente, né, peggio che mai, mentire. I bambini hanno diritto alla verità. Alla grande domanda sulla morte, Dolto suggerisce di rispondere: “si muore quando si è finito di vivere.
Tutti. Adulti, vecchi, bambini. Si può fare molto in fretta a finire, come certe farfalle o molto tardi, come gli elefanti. Ma tutti muoiono quando hanno finito di vivere”.

Un concetto semplice, chiaro. che arriva subito. Diretto.

I bambini non sono infantili, sono solo persone piccole, sostiene Wolf Erlbruch, scrittore tedesco. L’importante è saper dire loro le cose nel modo giusto, non tacerle.

Ed ecco anche le continue citazioni, i riferimenti ai numerosi testi scritti in letteratura per i bambini, per insegnare loro ad avere confidenza con il tema della morte, come l’anatra, la morte e il tulipano dello stesso Erlbruch.
Una storia di amicizia. Dell’amicizia tra un’anatra e la morte.

Un’amicizia diffidente in principio, ingenua e limpida poi e piena di confidenza alla fine. Di confidenza e sollievo, lo stato d’animo che chiunque può provare disteso su un prato una sera d’estate accanto ad un amico, in silenzio. L’anatra e la morte se ne vanno via insieme; non c’è più morte dopo la morte, non c’è più paura. I bambini lo sanno. Sanno che per non avere più paura bisogna far amicizia con la paura.

Come sostiene l’autrice nel prologo, “rivendicare il diritto di invecchiare e persino di morire è un fatto politico. Se accetto di cancellare i segni del tempo dalla mia faccia accetto di cancellare l’idea del tempo che passa. Sparisce dalla faccia, sparisce dall’anima. E se non c’è più il tempo, se ogni giorno è uguale al precedente è sempre oggi non c’è ieri né domani, non c’è più nemmeno il senso interno della responsabilità dei propri gesti.

Perché un volto racconta la storia di una vita e una vita scorre lungo il filo del tempo. Ci sono scelte che si fanno, conseguenze che si vedono. La responsabilità non è che questo: la coscienza della conseguenza delle proprie azioni. C’è un prima e un dopo, altrimenti non esiste conseguenza. Quando sparisce dalla faccia prima o poi sparisce dai gesti. E dai comportamenti individuali e collettivi, dalla politica.”

Non si possono eludere la sofferenza, il dolore, la perdita dalla nostra vita. Ma si può e si deve cercare il modo migliore per accettare anche questi aspetti. Per prenderci confidenza. Secondo l’autrice il modo migliore per imparare a cercare vie d’uscita al dolore, alla sofferenza, alla morte è attraversarlo, esprimerlo. Nominarlo, trasformarlo in forza. E per fare questo serve anche molta ironia.

E’ una fatica, ma anche un’avventura magnifica la vita e come dice Stefania Sandrelli morente nel film  La prima cosa bella,

“Però ci siamo tanto divertiti!”.