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FEMMINISMO E MOVIMENTI FEMMINILI NEI PARTITI POLITICI IN ITALIA - 15 Stampa E-mail

PARTE TERZA - IL MOVIMENTO FEMMINISTA DEGLI ANNI SESSANTA

Capitolo 5 - Le norme penali contro le donne

GIOVANNA
Legislatori e giuristi non hanno certo ignorato la presenza femminile nella società. Ma nel sistema giuridico patriarcale la loro preoccupazione era quella di governare saldamente la sottomissione delle donne. Maggiormente in ambito penale la presenza del femminile determina regole che non solo limitano la sfera della libertà delle donne, ma impongono loro precisi doveri la cui violazione viene sanzionata con pene che vanno dalla prigione alla morte, come avviene ancora in alcuni paesi a mezzo lapidazione.

Le donne del Movimento riunite nei “collettivi” senza gerarchie di organizzazione, unite da un anelito libertario, a Milano, a Torino, a Roma, si sono battute per l’abrogazione/modificazione delle norme penali discriminanti le donne, come genere: dalla depenalizzazione dell’aborto alla abrogazione della non imputabilità per i cosiddetti delitti d’onore, alla modifica delle legge contro la violenza sessuale, da configurarsi come reato contro la persona (=della donna: il codice Rocco rubricava il delitto di violenza carnale come reato contro la ”moralità pubblica ed il buon costume”).

Aveva avuto scalpore mediatico il caso di Franca Viola, figlia di coltivatori diretti siciliani, che era stata rapita e violentata all'età di 17 anni da Filippo Melodia, imparentato con la potente famiglia mafiosa dei Rimi. Franca era stata liberata con un blitz dei carabinieri.

Il rapitore le aveva offerto il matrimonio riparatore. Ma Franca lo aveva rifiutato, con la conseguenza di far processare e condannare lo stupratore che sarebbe rimasto impunito col matrimonio.

Questo fatto di cronaca del 1965 era veramente rivoluzionario: Franca Viola rifiutando il matrimonio riparatore aveva lottato per la sua libertà di donna e aveva mandato in prigione lo stupratore.

E ci voleva molto coraggio a rifiutare il matrimonio per la vittima di stupro in Sicilia. Nessun giovanotto avrebbe sposato una ragazza non illibata per lo stupro subito, colpevolizzata da tutta la collettività per averlo subito. La stessa famiglia della ragazza veniva socialmente emarginata.

Tutte si ricordano del film “La sposa più bella” da Damiano Damiani del 1970, con una giovanissima Ornella Muti nei panni di Franca Viola. Un film che che aveva commosso molte donne che respiravano il clima del femminismo, ma anche molti maschi, giovani e meno giovani, sensibili al tema dei diritti.

Lo stupratore Melodia è stato a sua volta vittima di quella sgangherata morale dettata dal maschilismo familiare che aveva generato la mafia siciliana: è finito morto ammazzato in un regolamento di conti.

Ma son dovuti passere sedici anni dal quel delitto di stupro, prima che il parlamento procedesse con la legge 442/ 1981 alla abrogazione l'articolo 544 del codice penale che riguardava il “matrimonio riparatore”. La norma che Melodia non aveva potuto invocare perché la sua vittima Franca Viola si era rifiutata di sposarlo.

Il codice penale sino al 1997 ha continuato a punire la violenza sessuale contro le donne come reato contro la “morale”. Per il “Movimento” tradurre questo reato contro la persona aveva assunto una ben determinata valenza “politica” che i partiti nel loro complesso e il parlamento avevano difficoltà a recepire.

Nel marzo 1980 con una grande manifestazione nella capitale il Movimento consegna le 300.000 firme raccolte per una legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale. Una decina di milioni di telespettatori aveva visto il documentario “Processo per stupro”, diretto da Loredana Dordi, mandato in onda sulla RAI per un paio di volte nel 1979.

L'idea di documentare un processo per stupro era nata in un Convegno Internazionale sulla "Violenza contro le donne", organizzato dal Movimento Femminista di Roma, di via del Governo Vecchio (un palazzo storico seicentesco che era un reclusorio femminile: Ospizio della S. Croce per Pentite).

Si deve ricordare che il palazzo è adibito a casa internazionale delle donne: (http://www.casainternazionaledelledonne.org) occupato negli anni settanta da varie associazioni femministe avevano poi assegnato dalla giunta capitolina l’8 marzo 1983, al Centro Femminista Separatista.

Quel documentario aveva reso visibile alla gente come il processo per stupro potesse trasformare la vittima in colpevole, violentandola una seconda volta nella ricostruzione processuale del fatto reato con domande scabrose sconvolgenti riguardo non solo le modalità dell’aggressione, della penetrazione, per identificare la fattispecie di reato, ma anche domande sulla personalità della vittima , sulla sua condotta (adusa o no al coito), sul suo modo di vestire, sul suo essere donna, con la conclusione che alla fine, lo stupratore veniva in certo senso legittimati nella sua criminale aggressione; la donna in quanto aggredita, era rappresentata come una adescatrice, “una poco di buono”.

Bisogna aspettare fino al 2006 perché la legge sulla violenza sessuale fosse modificata ed il reato fosse inserito tra i reati contro la persona. Le donne dei partiti, nella D.C., ma anche nel Partito Comunista (meno le socialiste), nel faticoso e rassegnato rispetto delle regole inesorabilmente maschili per contare nei partiti, prendevano coscienza con un molta lentezza, delle straordinarie trasformazioni culturali e socio-politiche che il “Movimento delle donne” proponeva. Forse restava, nel loro inconscio, la considerazione che loro, donne impegnate in politica, che dovevano continuamente dimostrare di essere all’altezza di compiti pubblici, si auto-sottraevano alla discriminazione e alla emarginazione che la società collegava all’elemento femminile, mentre in genere le donne “altre” eran da proteggere da loro stesse ...

Emblematica la campagna “politica” per l’aborto (ovvero contro l’aborto per la maternità libera e consapevole), che veniva condotta dalle donne del “Movimento” e investiva tutti i Paesi occidentali dagli Stati Uniti all’Europa. Dalla Francia era approdata in Italia l’associazione “choisir”, cioè “scegliere” di se stesse. Questa associazione, fondata 1971 da personalità eminenti quali Simone de Beauvoir, Gisèle Halimi, Jacques Mondo, aveva l’obiettivo di incoraggiare l’educazione sessuale e la contraccezione libera e gratuita; lottare per l’abrogazione della legge che condannava l’aborto come reato e nel frattempo per concedere il patrocinio legale gratuito alle donne perseguite per aborto illegale.

Nella discussione in parlamento della legge di depenalizzazione del reato, (quella che sarà la L. 194 del 1978), promossa dal deputato socialista Loris Fortuna. donne e uomini dei partiti si sono trovati in certo senso spiazzati di fronte alla pretesa delle donne di gestire se stesse e il proprio corpo, senza l’interferenza di archetipi patriarcali. I comunisti si sono trovati a votare un emendamento contro la libertà delle donne, assieme al Movimento Sociale.

“Innaturale connubio”, aveva detto il Correre della Sera.