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SCENARI DI PREVIDENZA E DI DISCRIMINAZIONE INTRODOTTI DAL SISTEMA PREVIDENZIALE CONTRIBUTIVO Stampa E-mail


Intervista ad Alfonso Scarano - Analista finanziario indipendente

 

In questo sito abbiamo avuto occasione di trattare la questione previdenziale con occhio rivolto alle pensioni delle donne, per evidenziare incongruenze e discriminazione.Poiché il discorso delle pensione ritorna prepotente nelle manovre di questo difficile tempo di crisi, abbiamo intervistato l’ing. Alfonso Scarano, analista finanziario indipendente, che ha approfondito le questioni in diverse sedi di studio e di confronto con le istituzioni.

La prima domanda riguarda, ovviamente, lo scenario delle pensioni derivante dalle riforme Amato e Dini.

Nell’ultima decade del secolo scorso, è venuta maturando l’evidenza della insostenibilità della impostazione previdenziale costruita sul sistema retributivo, ovvero l’aggancio della pensione agli ultimi redditi percepiti. La riforma “Amato” prima e soprattutto successiva la riforma “Dini” hanno imposto l’obiettivo di contenere la spesa previdenziale e di ridurre il grado di copertura del sistema pensionistico pubblico.

Si è dunque passati dal sistema contributivo al sistema retributivo.

Sistema retributivo: In che cosa consiste?

In pratica, secondo il sistema retributivo, i contributi previdenziali versati durante l’intera vita lavorativa vengano accumulati attraverso un processo di capitalizzazione, ovvero si sommano versamenti ai versamenti ed i loro interessi nel tempo maturati producono un rendimento che è agganciato alla crescita del PIL - prodotto interno lordo.

Al momento del pensionamento il capitale accumulato viene trasformato in rata annua di pensione tramite l’applicazione di un “coefficiente di trasformazione” il cui valore dipende, in sostanza, da tre variabili: l'età di pensionamento, la aspettativa di vita media della popolazione e l’andamento del PIL. Questa previdenza pubblica, è detta la “prima gamba” del sistema previdenziale.

E le altre gambe?

La “seconda gamba” è quella volontaria e privata che ciascuno può stipulare con una qualsiasi compagnia di assicurazione .

In aggiunta alle traballanti due precedenti gambe è stata aggiunta una “terza gamba” per il lavoratori dipendenti: la trasformazione del TFR – trattamento di fine rapporto - in un pezzettino della futura pensione.

Occorre ricordare che il TFR prima di questa riforma previdenziale aveva altra destinazione e costituiva un pezzetto di retribuzione, della busta paga, che durante il rapporto di lavoro era trattenuto dal datore di lavoro ed investito nella azienda, per essere riscosso dal lavoratore al termine dell’attività lavorativa in azienda; Il TFR era comunque garantito integralmente in caso di fallimento dell’impresa e rappresentava un accantonamento patrimoniale del lavoratore per la sua famiglia, sempre disponibile non solo in caso di risoluzione del rapporto di lavoro, ma anche nel corso del rapporto, in caso di emergenza e necessità familiare, quale può essere una malattia, o l’acquisto della prima casa.

La riforma ha dunque imposto una trasformazione della finalità costitutiva del TFR, quando diventa ancora ben più importante ed utile in momento storico di grande crisi economica come l’attuale.

Certo, semplificando, Il nuovo metodo previdenziale contributivo, cumula le contribuzioni pensionistiche realmente effettuate, ed anche il TFR, le “capitalizza” e – al raggiungimento della pensione - ripartisce il capitale così costituito in un vitalizio da erogare durante il periodo di pensione con un calcolo basato su procedure attuariali. Il capitale si trasforma in rendita vitalizia, applicando il “coefficiente di trasformazione”.

Per il sistema pubblico, a differenza delle compagnie assicurative private, il coefficiente di trasformazione è uguale sia per i lavoratori che per le lavoratrici. Per le assicurazioni private, e per i fondi integrativi derivanti dal TFR, il coefficiente di trasformazione in rendita risulta diverso tra i due sessi.

Perché avviene questa discriminazione tra donne e uomini?

Nella “prima gamba” previdenziale di base il legislatore ha voluto utilizzare per il calcolo della pensione un unico coefficiente di trasformazione pari alla media semplice dei due coefficienti di aspettativa di vita distinti per sesso (la donna ha più lunga aspettativa di vita degli uomini).

Pertanto, un uomo e una donna con la stessa carriera lavorativa, stesse retribuzioni, stessa anzianità contributiva e uguale età al pensionamento, percepiranno la stessa pensione.

Le altre “due gambe previdenziali” sono lasciate dal legislatore alle prassi delle assicurazioni private che calcolano le rendite con coefficienti diversi tra uomini e donne.

Tale lacuna normativa di allineamento dei coefficienti attuariali tra uomini e donne di fatto penalizza le donne perché le donne hanno maggiori aspettative di vita.

Una discriminazione evidente di trattamento. Vediamo di far capire meglio.

L’ammontare specifico della discriminazione è evidenziato nel grafico 1 dove la curva dei coefficienti degli uomini sovrastano di molto quelli delle donne per ogni età. La differenza tende a ridursi notevolmente se nel calcolo viene introdotta la cosiddetta reversibilità come si evidenzia nel grafico 2

Coefficienti di trasformazione distinti per sesso:

Grafico 1 – senza reversibilità; Grafico 2 con reversibilità.

Perché la reversibilità incide sui coefficienti di trasformazione?

Sappiamo tutti che la pensione di reversibilità (che si chiamava diritti delle vedove), era stata introdotta per garantire le donne casalinghe che non avevano una pensione propria e restavano prive di un reddito minimo alla morte del coniuge. Con la parità di diritti, la reversibilità spetta al “coniuge superstite”.

Nel calcolo attuariale, quindi poiché la reversibilità che spetta al “coniuge”, la differenza di coefficiente uomo-donna, si assottiglia.

Torniamo, dunque, ai coefficienti.:

I coefficienti di trasformazione diventano il punto fondamentale del calcolo della pensione, ed è dunque importante che tutti i lavoratori e le lavoratrici comprendano queste questioni che sembrano solo tecniche, ma il cui impatto sociale è ineluttabile, anche per la maggiora durata della vita.

Difatti, la minore mortalità riscontrata tra il 2002 ed il 1990 impatta sul ricalcolo dei coefficienti 2007 rispetto a quelli del 1995, con una decurtazione dal 6,4% all’8,4%.

Cio si evidenzia nelle tabelle che seguono:

Tabella 1- Confronto tra i coefficienti di trasformazione della legge 335/95 e della legge 247/07

Si consideri che ulteriori calcoli che simulano le ancora migliorate aspettative di vita e le ridotte aspettative di crescita dell’economia (PIL), danno indicazione di ulteriori penalizzazioni sulle attese dell’ammontare della pensione.

Basti citare un recente documento della Ragioneria Generale dello Stato (“Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e sanitario” - Rapporto n° 10 ) per un individuo tipo, con 35 anni di anzianità che si pensioni a 63 anni d’età, il rapporto tra la pensione e l’ultima retribuzione passa per i lavoratori dipendenti dal 62,1% nel caso di pensionamento nel 2020 al 50,8% dell’anno 2060.

Tabella 2 – Tassi sostituzione al pensionamento

(ipotesi: 35 anni di contribuzione, età al pensionamento pari a 63 anni)

Fonte : Rgs - “Le tendenze di medio-lungo periodo della del sistema pensionistico e sanitario”
Rapporto n° 10

Quale la situazione dei giovani?

Scenari difficili per i futuri pensionati che pagano sulla loro pelle una gestione passata generosa e discriminatoria tra generazioni: basti pensare alle “pensioni d’annata” ed alle disparità di trattamento che si sono create per i soggetti che accedono al pensionamento dopo la revisione del sistema previdenziale.

Emerge con tutta evidenza il punto critico del sistema contributivo, ovvero che l’insieme delle tre gambe dell’impianto pensionistico contributivo non risultino “adeguate” mentre il principio di “adeguatezza” è posto come garanzia costituzionale dall’art. 38 della Costituzione ed anche previsto dall’Unione Europea quale obiettivo dell’impianto pensionistico.

Il fenomeno della “inadeguatezza pensionistica” si moltiplica nel caso dei pensionamenti in età giovanile (assegni di invalidità e pensioni ai superstiti di assicurato) e per i lavoratori con basse aliquote contributive (lavoratori autonomi e i cosiddetti parasubordinati) e i lavoratori con basse retribuzioni).

E le donne?

Le donne, che spesso rientrano con maggiore statistica in questi casi, in futuro saranno maggiormente soggette alla combinazioni di fattori che – moltiplicandosi tra loro - impattano negativamente sulla loro futura pensione.

Pensiamo ai combinati composti fenomeni di una maggiore difficoltà nell’inserimento nel mondo del lavoro, di avere carriere maggiorente discontinue, di essere soggette a interruzioni retributive, e di avere occupazioni con basse aliquote contributive o di avere maggiore probabilità di prematura uscita dal mondo del lavoro per esempio alla nascita del secondo figlio.

Tutto ciò dovrebbe destare fin da ora parecchio allarme politico e sociale, perché il nuovo sistema retributivo rimedia in qualche modo a dei conti previdenziali ma offrono ora uno scenario di povertà ai futuri pensionati; specialmente per le categorie di lavoratori “più deboli”, quali le donne.