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IO MI RICORDO Stampa E-mail

E' l'anniversario della “liberazione”.

Sessantacinque anni fa si usciva dall'incubo della guerra e ciascun sopravvissuto aveva progetti di vita nuova, in un comune anelito di libertà, di giustizia, di pace. Io c'ero quel XXV Aprile del 1945, avevo 10 anni, e ricordo che guardavo dalla finestra la strada statale che da anni era buia per il coprifuoco imposto dalla paura dei bombardamenti, in quella notte tutta illuminata dai fari di una colonna di camion militari tedeschi che fuggivano verso la Svizzera.

 

 

Poi era arrivata l'alba e la gente era in strada e sapeva che la guerra era finita. Nella frenesia di quel chiaro mattino, qualcuno aveva fermato il signor Re che scappava: era il fascista vicino di casa che aveva denunciato anche il mio papà e lo aveva fatto portare via dai tedeschi, in prigione a San Vittore-sesto braccio. Mia mamma aveva aveva impedito il linciaggio del signor Re. Non più violenze aveva detto cerchiamo di riunire le famiglie.

E voleva solo ritrovare il papà dei suoi cinque figli.

C'era chi le diceva che i prigionieri politici di San Vittore erano stati fucilati dai tedeschi prima di partire, chi faceva sperare che fossero stati liberati. La mia mamma non poteva stare ad aspettare. Aveva incontrato uno del CNL che andava a Milano con una macchina di fortuna, e con lui sperava di trovare papà. Dove? Non lo sapevano.

A mezzogiorno, qualcuno è venuto a dire: “Ho visto tuo papà tutto pelato su un camion con il mitra in mano”... e poi papà era arrivato, senza mitra, con una sgualcita giacca che non era sua, davvero con i capelli a zero, rasati in prigione, magrissimo, la faccia segnata da lividi. Ci aveva abbracciati commosso e ci aveva messi tutti e quattro sulle sue ginocchia , davanti alla culla della più piccina: “Vi voglio bene...vi voglio bene...dov'è la mamma.....”

Avevamo aspettato la mamma, quieti, tutti insieme: era venuta sera e poi il buio di quella prima notte senza guerra. Finchè si udì il rumore di motore, non usuale in quei tempi di guerra, poi il campanello del cortiletto: mamma, dal di dentro; papà dal di fuori. E per l'emozione un'eternità prima che la porta si aprisse e tutti ci confondessimo in un solo abbraccio senza parole e pieno di dolci lacrime...

Papà era tornato; molti invece no!

Non era tornato Renato Tupini, che era stato torturato e ucciso a vent'anni, non era tornato il cugino Giancarlo che era stato mandato a combattere in Grecia, non era tornato il nostro amico Davide che aveva otto anni, né alcuno della sua famiglia dai lager dove erano stati rinchiusi, non era tornata la maestra Beretta, fucilata contro il muro del cimitero con tre ex allievi che nascondeva a casa sua; tanti altri non erano tornati: cinquantacinque milioni....

Ogni anno il 25 Aprile, papà pronunciava in piazza, sempre emozionato, il discorso della ricorrenza, anno dopo anno meno gente che ascoltava, meno “pathos”.

Papà e mamma non ci sono più, io sono diventata mamma e poi nonna. Adesso sembra che il 25 Aprile non sia più la giornata della liberazione, ma sia diventata la “giornata di pacificazione nazionale”, dove i partigiani sono ricordati assieme ai fascisti.

Già da quel 1945, qui abbiamo vissuto sessantacinque anni di pace, a parte la mafia, le B.R., le stragi di stato, la corruzione, la P2, la spregiudicata politica mediatica, le guerre finanziarie che hanno creato pochi ricchi e tanti poveri.

E ancora nel mondo ci sono inesauribili guerre guerreggiate e le guerre umanitarie che la televisione ci porta in casa.


Firmato Ch