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Home Spazio aperto Libri L'ospite inquietante - Il nichilismo e i giovani
L'ospite inquietante - Il nichilismo e i giovani Stampa E-mail

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di Umberto Galimberti - (Serie Bianca Feltrinelli)

Recensione della dott.ssa Teresa Pallucchini Psicoterapeuta del Centro Problemi Donna

Il libro di Galimberti offre spunti molto interessanti per chi - come me - si occupa da molti anni di adolescenti non solo in ambito clinico ma anche a livello istituzionale.
Il libro, di cui trascurerò la parte filosofica sulla nascita del concetto di nichilismo per privilegiare la ricaduta che ha sui giovani, è interessante per tutte le persone che hanno a che fare con loro, educatori e genitori, ma è anche una risposta alle angosce che fatti di cronaca nera ci propongono quotidianamente.
Il nichilismo, chiamato ospite inquietante, ha invaso la vita degli adolescenti che, se “interrogati”, non sanno descrivere il loro malessere perché ormai hanno raggiunto quell'analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome.
L’autore nelle prime pagine ammette una certa impotenza per risolvere questa drammatica situazione, sostenendo che il nichilismo non è esistenziale ma culturale, per cui considera inutili le psicoterapie o gli interventi psichiatrici perché il disagio tocca tutta la società.
Se la diagnosi è chiara, il nichilismo ha una connotazione socio-culturale, la prognosi rimane vaga.

Il libro offre molte chiavi interpretative interessanti sul disagio giovanile, sul senso del nulla che viene percepito tanto dai genitori quanto dalla scuola, ma la parte finale è debole e non riesce a darci delle indicazioni per uscire da questa “empasse”.
Nietzsche, alla fine dell’8oo, aveva preconizzato l’arrivo del nichilismo, dove l’universo ha perso il suo ordine, dove non esiste più né il basso né l’alto né il dentro né il fuori, ora il nostro momento storico sente fino in fondo questo fenomeno.
Se il filosofo aveva previsto la morte di dio ed aveva aperto la crisi verso il relativismo, Galimberti riprende il discorso sulla tecnica già avviato in altri testi “la tecnica è entrata in profondo conflitto con il primato che l’uomo aveva assegnato a se stesso nella storia dell’essere … l’età della tecnica ha abolito questo scenario umanistico... la tecnica non ha uno scopo, non promuove un senso”.

Lo scenario del libro ha uno sfondo filosofico ma noi vogliamo capire perché questo ospite inquietante è cosi negativo per i giovani: dal futuro/promessa siamo arrivati al futuro/minaccia.
Il tema della mancanza del futuro, che porta a depressioni e difficoltà nei giovani, percorre molta letteratura adolescenziale. In questo testo si approfondiscono proprio le tematiche specifiche che ci permettono di entrare nel rapporto giovani/nichilismo e rapporto col futuro.

Altri studiosi del mondo giovanile, psicologi, sociologi e psichiatri, hanno voluto vedere da vicino la crisi dei giovani non più come difficoltà del singolo ma della società nel suo complesso e la morte di Dio, in senso nietzscheano, ha comportato la fine dell’ottimismo teologico dove il futuro era percepito come salvezza (ottimismo della tradizione giudaico/cristiana).

Se a livello giornalistico e di informazione mediatica sappiamo come è cambiato il mondo del lavoro per i giovani, nel testo l’analisi è più approfondita: “la mancanza di un futuro come promessa arresta il desiderio nell’assoluto presente. Meglio star bene e gratificarsi oggi se il domani è senza prospettive… i giovani d’oggi devono fare il loro Edipo, cioè esplorare la loro potenza, non potendo più uccidere simbolicamente il padre, i giovani esportano questo processo fuori (strada, stadio, banda)”.
Questo discorso tocca i temi che portano dalle tematiche edipiche a quelle narcisistiche (ricordiamo un convegno recente del Minotauro).

Galimberti, pur nella consapevolezza delle difficoltà degli insegnanti che hanno a che fare con questi ragazzi difficili, accusa la scuola di totale disinteresse per categorie come autostima ed auto accettazione che attualmente non sono fondanti del percorso scolastico, dove troppo spesso il concetto di educare viene sostituito da quello di istruire.
Howard Gardner ha sostenuto che non si può istruire se prima non si è arrivati alla costruzione dell’identità del discente partendo dal riconoscimento dell’altro, a scuola, invece, domina una forma di oggettivizzazione (= profitto) che rende il percorso scolastico appiattito e lontano da una educazione affettivo/emotiva.

Un altro tema interessante toccato dall’autore è il fenomeno della pubblicizzazione dell’intimità: ‘‘Perché tanta partecipazione al Grande Fratello e all’Isola dei Famosi dove si esibiscono senza pudore i sentimenti più profondi… la cosa di cui si ha la massima curiosità è la vita comune…sono crollate le pareti che distinguono l’interiorità dall’esteriorità’’.
Questo fenomeno non deve essere scambiato per una educazione all’affettività ed ai sentimenti, anzi i sentimenti che vengono pubblicizzati come merce portano al fenomeno esistere = mostrarsi/esibirsi/apparire.

La parte centrale del libro è dedicata al problema droga nei giovani, a casi di omicidi ‘‘gratuiti”, al suicidio giovanile: tutti fenomeni interpretabili sotto la categoria del nichilismo.
L’analisi dell’autore è interessante anche se conosciuta, il piacere insaziabile del tossicodipendente viene già delineato nei padri della filosofia: “… nessuno come Platone ha mai indagato la natura del desiderio cogliendone l’essenza nell’insaziabilità perché il desiderio è mancanza e vuoto… torna il concetto lacaniano di manque e la teoria freudiana del piacere narcotico”.
Anche l’assunzione di farmaci antidepressivi viene equiparata all’assunzione di droghe perché rivela la medesima incapacità di provare piacere, capacità edonica (qui forse l’autore non fa distinzioni tra la gravità di alcune psicopatologie).

Galimberti si interroga su casi di omicidi compiuti da adolescenti, su episodi di violenza quali il lancio di sassi da un cavalcavia, senza un movente, per gioco, per provare una emozione, e l’analisi diventa inquietante proprio perché non esiste risposta.
Il suicidio giovanile (la seconda causa di morte nei giovani dopo gli incidenti automobilistici) oltre a mettere in discussione la funzione genitoriale ed il mondo degli adulti che non sanno ascoltare, si inserisce nell’area del nichilismo.
Al colmo della violenza insensata viene posta la violenza degli stadi, violenza assurda: “… puro scatenamento della forza che non si sa come impegnare e dove convogliare e perciò si sfoga nell’anonimato di massa…la mancanza di scopi rende la violenza inanimata e perciò assoluta, non è neppure un mezzo per raggiungere uno scopo”

Le ultime parti del libro hanno momenti felici a livello di scrittura, ma forse sono deludenti per le proposte sul superamento del nichilismo stesso.
Galimberti cita una riflessione di Franco Volpi: “Il nichilismo ha corroso le verità e indebolito le religioni, ha anche dissolto il dogmatismo e fatto cadere le ideologie insegnandoci a mantenere quella ragionevole prudenza del pensiero, quel paradigma di pensiero obliquo e prudente che ci rende capaci di navigare a vista tra gli scogli del mare della precarietà… la nostra è una filosofia di Penelope che disfa incessantemente la sua tela perché non sa se Ulisse ritornerà” e l’autore parla di una etica del viandante che può diventare per i giovani un modello in un periodo di cambiamenti epocali e di de-territorializzazione.

Partendo da una analisi molto negativa sul mondo giovanile Galimberti tenta di aprire il varco alla speranza e togliendo idealmente a psicologi e sociologi l’analisi dell’adolescenza disvela il segreto dei giovani nella espansività/potenza e nella pienezza /accelerazione della vita.