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Home Rubriche Legale La politica Europea e la condizione femminile
La politica Europea e la condizione femminile Stampa E-mail

Tre giornate di studio organizzate dal CNDI Consiglio Nazionale delle Donne Italiane
sul tema LA POLITICA EUROPEA E LA CONDIZIONE FEMMINILE

Relazione dell'avv. Giovanna Chiara

Le donne nel cammino dell'Europa - Legislazione Europea e bilanci di genere
In queste giornate di studio è emerso come la caratteristica saliente della Unificazione Europea risiede nel fatto che, per la prima volta nella storia dei popoli, si è manifestata la volontà politica di utilizzare la forza del diritto e non la forza delle armi per unificare differenti nazioni.

I cittadini degli Stati membri, che hanno combattuto tra loro terribili guerre, sembrano aver finalmente deposto le armi, per diventare “cittadini europei”, e realizzare, attraverso gli strumenti del diritto, i valori della pace durevole.

E le donne d’Europa vanno assumendo un ruolo fondamentale.

Sono entrate in “politica” con voce nuova, femminile, attraverso il movimento delle donne, per ottenere a tutti, donne e uomini, la parità nell’accesso alla cultura, alle arti e alle professioni. Hanno subito violenze e deportazioni; Nella tragedia delle due guerre mondiali e dello sterminio razziale avevano sostituito, nella vita civile delle fabbriche e degli uffici, oltre che in famiglia, gli uomini al fronte, loro stesse avevano combattuto per la libertà nella resistenza che i popoli opponevano alla tirannia.

Molto lucidamente, hanno capito per prime che “politica” non poteva più avere come sbocco la guerra, non poteva più avere come fine sopraffazione territoriale o la preminenza etnica, e neppure l’occupazione del potere economico, ma doveva poggiare sul riconoscimento di diritti e libertà per tutti: una “politica verso la pace” per dare un avvenire di vita a tutti i nati da donna, maschi o femmine che siano.

Nel processo di unificazione Europea particolarmente le donne, partendo dall’art. 119 del trattato CEE, che stabilisce la parità di retribuzione a parità di lavoro tra uomini e donne, sono state protagoniste nella elaborazione delle “direttive” più significative nel campo del sociale: quelle relative alla parità di accesso al lavoro, alla protezione sociale dei lavoratori, alla parità salariale, al diritto di maternità, ai congedi parentali, in un crescendo che si è allargato in una serie continua di iniziative per la promozione delle pari opportunità, della imprenditoria femminile, delle azioni positive, sino all’accesso delle donne ai servizi (bancari e assicurativi), dove si giocano interessi economici di massimo rilievo.

Oggi, nelle istituzione europee, partecipa una agguerrita presenza femminile, di alto profilo professionale, ad ogni livello, che molto spesso si è posta al di là di ogni appartenenza a questo o quel partito, imparando a lavorare assieme, in sinergia.

Legislazione europea
Mano a mano che le istituzioni europee, attraverso i trattati, si sono andate consolidando, i vantaggi delle politiche comuni accompagnano la nostra vita quotidiana costruendo regole comuni che assicurano la protezione dei consumatori, la tutela dell’ambiente, gli standard tecnici armonizzati sulla base dei criteri di efficienza.

Sui trattati si fondano i tre pilastri della comunità:

Il primo comprende le tre comunità europee C(E)E, CEEA CECA, rese più profonde e ampie dall’unione ecomica-monetaria.

Il secondo pilastro, si erige nel quadro della Cooperazione Politica europea (CPE) lanciato nel 1970, migliorato ed esteso con l’atto unico Europeo (1986/87) e si fonda nelle consultazioni regolari dei ministri degli affari esteri degli Stati membri e nei contatti permanenti tra le loro amministrazioni:

Il terzo pilastro riguarda la cooperazione di polizia e giudiziaria nella lotta contro la criminalità-terrorismo, tratta degli esseri umani, traffico illegale di droga e di armi, corruzione e frode; contro il razzismo e la xenofobia, attraverso un’azione comune tesa a garantire a tutti i cittadini, uomo e donna, uno stato di libertà di sicurezza e di giustizia.

Lungi dall’essere una struttura stabilizzata, l’UE appare piuttosto un “sistema in divenire”, la cui costruzione è tuttora in evoluzione.

Il procedimento legislativo europeo stabilito dai trattati ha un percorso complesso ATTO A GARANTIRE i delicati equilibri con le legislazioni nazionali.

Gli organismi europei che partecipano al processo legislativo sono:

Il Parlamento, che rappresenta i cittadini dell’UE ed è eletto direttamente da essi;

Il Consiglio, composto dalle cariche istituzionali dei singoli stati membri, che rappresenta i singoli Stati;

La Commissione, i cui membri sono nominati dal governo degli stati membri, che si articola a sua volta attraverso le commissioni di lavoro e ha il compito di difendere gli interessi generali dell’Unione.

Questo “triangolo istituzionale” dà vita alle politiche e sfociano nelle leggi europee, che si applicano in tutta l'UE.

L’altra istituzioni che svolge un ruolo vitale per la legislazione europea è la Corte di giustizia che fa rispettare le leggi europee.

Pertanto le fonti di diritto Europeo si possono così sintetizzare:
La fonte primaria è costituita dai trattati che devono essere ratificati dal parlamenti nazionali e che definiscono il ruolo e competenze delle istituzioni e degli organi dell’UE.
La fonte derivata che è data dalla legislazione posta in essere direttamente dagli organi della comunità, secondo le procedure definite dai trattati e cioè:

I regolamenti e le decisione generali che sono le leggi comunitarie di applicazione diretta ed obbligatoria in tutti gli stati membri, senza che sia necessaria l’adozione di procedure di ratifica nelle legislazioni nazionali.

Le direttive (chiamate raccomandazioni nel trattato CECA) che vincolano gli Stati membri, quanto ai risultati da raggiungere entro un determinato periodo di tempo, che devono essere incorporate nei differenti ordinamenti giuridici, secondo le procedure stabilite nei singoli ordinamenti nazionali.
Le decisioni che sono obbligatorie in tutti i loro elementi per gli stati destinatari e possono essere indirizzate a uno o più, o a tutti gli Stati membri, alle imprese o a soggetti singoli.
Le raccomandazioni e i pareri: che non hanno carattere cogente, ma un importante rilevo politico.

La giurisprudenza della Corte di Giustizia che costituisce “acquis giudiziario”, secondo il sistema anglosassone della Commun law, cioè costituisce precedente inderogabile per la interpretazione della legislazione europea, che ha preminenza sulle legislazioni nazionali.
Alla Corte di Giustizia ricorrono anche i Tribunali nazionali quando sono chiamati ad applicare una norma comunitaria e che ritengono necessario avere la interpretazione autentica della norma medesima. In tal caso il giudizio avanti il Tribunale nazionale viene sospeso, in attesa della sentenza della Corte di Giustizia (decisione pregiudiziale).

Uno sguardo alla procedura di approvazione della legge comunitaria piuttosto complessa, per avere un quadro sintetico del procedimento legislativo europeo.
Nella maggior parte dei casi si applica la procedura di codecisione in una, due o tre letture, il che significa che la proposta formale, adottata dal collegio dei commissari, viene esaminata dal Parlamento europeo e dal Consiglio, che svolgono congiuntamente il ruolo di legislatori, mentre la Commissione funge da mediatore e garantisce il rispetto dell’interesse europeo ­ fino a quando l’atto legislativo non viene adottato.

La piattaforma comune dei diritti ed obblighi che vincolano l’insieme degli Stati membri nel contesto dell’Unione europea è costituito dall’“acquis” comunitario, che comprende oltre al diritto comunitario propriamente detto, tutti gli atti adottati a titolo del 2° e del 3° pilastro dell’Unione, nonché dagli obiettivi comuni fissati dai trattati.

I paesi candidati devono accettare l’“acquis” per poter aderire all’Unione europea. Le deroghe sono eccezionali e di portata limitata. Per integrarsi nell’Unione, i paesi candidati devono recepire l’“acquis” nei rispettivi ordinamenti.

Le politiche per le donne
Questo sistema giuridico condiviso tra gli Stati dell’UE, si è dimostrato idoneo di produrre significativi cambiamenti legislativi nei singoli stati membri.

Abbiamo già detto che il punto di partenza è stato l’art. 119 del Trattato Cee (1957)che stabilisce eguale retribuzione tra lavoratori uomini e donne, fino a giungere al trattato di Maastricht (1993), che precede un accordo sulla politica sociale e regolamenta le pari opportunità tra uomini e donne. Il Trattato di Amsterdam (1999), rafforza in modo sostanziale la base giuridica a favore della parità tra uomini e donne.

Dopo Pechino (1995), due nuove parole sono state introdotte nella strategia delle politiche euroee che riguardano la partecipazione femminile: “empowerment” (da “conferire poteri”, “mettere in grado di”, e cioé progettazione di interventi che mirano a rafforzare il potere di scelta degli individui, migliorandone le competenze e le conoscenze in un’ottica di emancipazione politica oltre che terapeutica).

“Mainstreaming” cioé l’intento di far attraversare in modo sistematico e preordinato in tutte le politiche la considerazione degli effetti delle stesse politiche, rispetto agli uomini e rispetto alle donne.

Si tratta di azioni progettuali che comportano l’obbligatoria attenzione alle pari opportunità in tutti i regolamenti dei fondi strutturali per sostenere il principio dell’eguaglianza uomo-donna, fino ad allargare la cooperazione europea allo scambio delle cosiddette “buone prassi”: cioè, quelle azioni che si sono dimostrate particolarmente efficienti come metodo da trasportare da in Paese all’altro, nel processo quotidiano di buon governo, anche in relazione alla parità dei sessi.

Anche nella strategia della piena occupazione, l’Europa ha messo a disposizione fondi strutturali consistenti, sanzionata dalla Carta dei Diritti fondamentali approvata nel 2000 e accompagnata dall’Agenzia Sociale, mentre nel Consiglio di Lisbona la comunità Europea ha fatto propria un’idea di sviluppo in cui la crescita sociale è un percorso che può essere attuato quando le donne diventano soggetti e attori politici.

Il modello, se così si può dire, è dato dai Paesi del Nord Europa, dove la partecipazione femminile molto alta si accompagna con una crescita sociale ed economica per tutta la popolazione.

“Gender mainstreaming” ovvero, impropriamente, bilancio di genere.
Nella strategia di “gender mainstreaming”, una delle concretizzazioni più interessanti, è la “gender budget analysis” (chiamata anche semplicemente “gender auditing”), cioè l’analisi delle spese e delle entrate di un bilancio pubblico, con riferimento alle diversità di effetti che hanno per le donne e per gli uomini.

Illustrando questo punto fondamentale e finale della mia relazione, non posso non ricordare la nostra compianta Fiorella Ghilardotti, già presidente della Regione Lombardia, e poi deputata europea, che quale membro della commissione bilancio della commissione Europea, quindi una Commissione altamente tecnica, ha individuato ed elaborato questo filone di studi molto affascinante.

Come parlamentare europea, Fiorella Ghiladotti ha presentato un pregevole rapporto sul “gender budgeting” approvato nel giugno 2002 dal parlamento europeo.

Su questo importante argomento ha così fornito strumenti di conoscenza e di lavoro alle tante donne impegnate nelle istituzioni, dando indicazioni preziose e individuando piste di lavoro.

Questa la sintesi di uno degli ultimi interventi pubblici di Fiorella al convegno internazionale delle Giuriste.

“Il bilancio dello Stato e degli enti pubblici non è uno strumento neutro. Nell’indicare le politiche di entrate ed uscite, viene definito il modello di sviluppo socio-economico ed i criteri di ridistribuzione delle entrate pubbliche all’interno della società.

“Con le leggi di bilancio, si decidono le priorità e le scelte di intervento rispetto alle politiche ed ai bisogni.

La “gender budget analysis” non produce bilanci separati per sesso, né persegue necessariamente l’aumento delle spese per programmi destinati alle donne.

“Analogamente al mainstreaming, si pone l’obiettivo di aumentare efficienza, equità e trasparenza, rendendo visibili le differenze di genere. La sua specificità sta negli strumenti: la valutazione ex-ante del bilancio ed il monitoraggio ex-post dei suoi esiti.

“I bilanci pubblici ai quali è stata applicata un’analisi di genere sono definiti “gender budgets”.

“ONG, governi nazionali o amministrazioni locali in questi anni hanno attivato in tutto il mondo numerose iniziative di “gender budgeting”, sia nei paesi industrializzati (Australia, Canada, Gran Bretagna, Francia, Israele, Svezia, Svizzera) che nei paesi in via di sviluppo (Bangladesh, Barbados, Brasile, Filippine, Kenya, India, Sud Africa e tanti altri).

“Se gli amministratori pubblici si pongono la domanda: quale effetto producono le politiche di bilancio? quale categoria ne è avvantaggiata? quali sono le alternative per l’allocazione di date risorse? come si giustificano i costi di determinate scelte? significa anche che perseguono un principio di trasparenza e danno contenuto sostanziale al metodo democratico ad ogni livello di governo (centrale o locale)”.

Un lavoro tenace e competente perché la Commissione si impegni ad impostare il bilancio comunitario secondo questi principi per arrivare a individuare degli “indicatori” da utilizzare per definire linee guida comuni a livello europeo, come punto di riferimento per i governi nazionali e le istituzioni locali.

Un lavoro molto raffinato e molto importante, che auspichiamo raccolgano le parlamentari che l’hanno succeduta.

Conclusioni:
Questa mia sommaria esposizione rappresenta una sintesi informativa sul percorso della comunità europea cui partecipano in misura importante le donne.
L’auspicio è che incontri come questi possano sollecitare la partecipazione convinta attraverso la consapevolezza e la conoscenza di questo processo di pace e di coesistenza.
Le donne hanno contribuito in modo originale a portare nella scala dei valori europei di uguaglianza e libertà la loro specificità di genere: un percorso che ci impegna alla massima vigilanza, quando eventi planetari come l’11 settembre, la guerra irachena, l’immigrazione incontrollata, la tentazione di trasformare i conflitti economici in conflitti di religioni e di culture, sembrano rendere ancor più complesso il processo unitario per una politica comune europea.