Modulo creato da J!MatHome
Area riservata
Via della Guastalla, 8. Milano
Tel: 02 861145 - 02 877829 - 3666889683 -3666889681
  • CPD
  • CPD
  • CPD
  • CPD
  • CPD
  • CPD
  • CPD
  • CPD
Home
5 - Le "quote rosa" i partiti e la globalizzazione Stampa E-mail

Prosegue il nostro contributo al dibattito sulle donne in politica, con la pubblicazione del piccolo saggio:
I MOVIMENTI FEMMINILI NEI PARTITI POLITICI
Parte quinta - Le "quote rosa" i partiti e la globalizzazione

Il cuore della rivendicazione delle cosiddette "quote rosa" consiste nel garantirne alle donne un'adeguata rappresentanza nelle sedi istituzionali, favorendo la loro partecipazione attiva alla vita politica del Paese. Per l'attuazione di tale obiettivo occorre che un certo numero di candidate, di sesso femminile, debba essere obbligatoriamente inserito nelle liste elettorali per poi agevolare e sostenere la loro elezione.
Nell'Unione europea, la Carta dei diritti fondamentali stabilisce che "il principio della parità non osta al mantenimento o all'adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato".
Si è aperta, e non solo in Italia, la questione sottilmente giuridica, se siano legittime misure legislative per garantire le "quote rosa", ovvero che se debbano essere i regolamenti interni dei partiti che competono per le elezioni a stabilire le percentuali di candidati.
La nostra Corte Costituzionale era intervenuta con una sentenza del 1995 (n. 422), per dichiarare la incostituzionalità della legge che imponeva le "quote" di candidature femminili: sostenendo, in via generale, sulla base dell'art. 3, primo comma, e 51 Cost., che in materia elettorale deve trovare applicazione soltanto il principio di eguaglianza (formale) e che "qualsiasi disposizione tendente ad introdurre riferimenti "al sesso" dei rappresentanti è in contrasto con tale principio". Solo i partiti, nei loro regolamenti interni, possono decidere sulle candidature ed, eventualmente, attribuire alle donne le percentuali nelle liste elettorali.

Ma il discorso delle "quote", pur avversato da alcune donne in politica (Emma Bonino le aveva dichiarate "ridicole" e molte altre hanno sostenuto che le donne non sono "panda da proteggere") ha proseguito il suo percorso in Parlamento.
Il legislatore costituzionale è intervenuto nel 2001, con due distinte leggi (legge cost. 31 gennaio 2001, n. 2, e 18 ottobre 2001, n. 3 che ha modificato l'art. 117 Cost.), per impegnare le Regioni ad intervenire al fine di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione di uomini e donne alla vita politica. E poi, con la legge costituzionale n. 1 del 30 maggio 2003, approvata a larga maggioranza, ha modificato l'articolo 51 della Costituzione, con l'aggiunta del seguente periodo: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».
Cosicché, la stessa Corte Costituzionale, poco prima dell'entrata in vigore del nuovo testo dell'art. 51 Cost., ha dovuto modificare il suo precedente avviso, con la sentenza n. 49 del 2003. Questa volta ha ritenuto che la legge Regionale della Valle d'Aosta non viola gli artt. 3 e 51 della Costituzione in quanto la espressione volta a garantire all'interno delle liste elettorali la presenza almeno un candidato del sesso meno rappresentato ha carattere antidiscriminatorio e non viola la Costituzione. Poi, la legge 8 aprile 2004 n. 90 ha stabilito che le liste che fanno riferimento ad un medesimo soggetto politico, debbono essere formate in modo che "nessuno dei due sessi" possa essere rappresentato "in misura superiore ai due terzi dei candidati", prevedendo una sanzione economica per i partiti che non rispettano tale prescrizione e un incentivo per i partiti che abbiano avuto proclamata eletta una quota superiore ad un terzo dei candidati di entrambi i sessi.

In termini di numeri le quote hanno avuto un riscontro positivo nelle elezioni per il Parlamento europeo del giugno 2004, portando al raddoppio delle candidature femminili: circa il 35% del totale, ed un sostanziale incremento delle elette dall'11 al 19% dei rappresentanti italiani a Strasburgo.
Ma il viaggio verso la paritaria rappresentanza di uomini e donne, appare comunque lungo e incerto, non solo perché, a conti fatti, le donne nei posti decisionali sono ancora molto poche, ma anche perché quelle poche non sembrano portare, nella politica consolidata, innovazioni "genere".
Se guardiamo all'ultima riforma elettorale del 2006, che ha restaurato un proporzionale che, all'atto pratico, è un maggioritario a collegio unico, con la eliminazione delle preferenze, ci accorgiamo che la maggioranza che ha varato quella legge - uomini e donne della stessa parte politica che l'hanno votata in parlamento - ha conferito enorme potere alla classe dirigente dei partiti; con la conseguenza, per le donne che fanno politica, di ancorare la loro presenza istituzionale alle direttive dei partiti di cui fanno parte, quasi mai a livello decisionale, a parte qualche personaggio femminile eccezionale, che conferma la regola. Ma sono direttive che certamente non tengono in contro quella che viene chiamata "ottica di genere".

Ed invero, guardiamo alla organizzazione dei partiti!
- A sinistra, i cosiddetti partiti dei lavoratori si sono frammentati in "querelles" paralizzanti e autoreferenziali, mentre i sindacati, che pure si dividono, perdono il contatto con la classe che rappresentavano, anche perché lo stesso "lavoro" (su cui si fonda la Repubblica) si è molto modificato, terziarizzandosi. Diventa difficile per la politica di "sinistra" affrontare e gestire i problemi dei nuovi lavori, della precarizzazione, delle privatizzazioni, delle nuove povertà, dove trovano spazio i movimenti neo-corporativi.
- A destra, c'è un partito "napoleonico" che equivale ad una "corte" di vassalli e valvassori attorno ad un leader ricco e potente, con annesso il partito evolutosi da quello fascista (che "fascista" lo aveva scritto sulla fronte, aveva detto Almirante), con velate e subdole caratteristiche revansciste e saldamente alleato ad un terzo partito, populista, che cavalca il regionalismo (e quindi le contraddizioni tra nord e sud dell'Italia) e le insicurezze di chi teme il "diverso" e l'immigrato come una minaccia al proprio piccolo benessere materiale.

Le vecchie parole "classe" e "proletariato", simboliche dei partiti di massa che non ci sono più, sono cadute in disuso, salvo che per qualche nostalgico.
E', invece, stato coniato il termine di "società civile": quella piena di buone e meritorie intenzioni, ondeggiante tra la destra e la sinistra, che emerge in momenti critici: nelle marce per la pace, nelle manifestazioni contro la mafia e la camorra, o anche per problemi particolaristici di protesta, con manifestazioni cavalcate da questo o da quello.

Se allunghiamo lo sguardo alla cosiddetta globalizzazione, i "mercati" trasnazionali si muovono senza regole nè morali nè giuridiche, spostandosi dove c'è più profitto. Lungi dall'autoregolamentarsi, per creare benessere di tutti, hanno alimentato ricchezze ingenti per pochi, allargando la forbice tra Stati ricchi e Stati poveri, e hanno generato nuove povertà, anche all'interno delle democrazie occidentali.

Questa globalizzazione finanziaria, che si traduce in neo-colonialismo, ha reso il mondo sempre più instabile.
I "nazionalismi" locali (che coinvolgono uomini e donne della stessa cultura), hanno fatto emergere guerre etniche, tribali, religiose, di cui sono vittime prime le donne, prede e bottino, come dimostrano i conflitti che si sono scatenati nella ex Jugoslavia, in Etiopia, in Somalia, in Sudan, in Cecenia.

Fino a che l'"11 settembre" ha dato inizio a un nuovo tipo di "guerra", quella preventiva, quella che "porta la civiltà", quella che vorrebbe combattere il "terrorismo" nascosto nell'ombra di frustrazioni sfociate nel fanatismo religioso che esplode e si eclissa. Sono guerre che uccidono pochi soldati, ma che devastano soprattutto la popolazione civile, lasciando impotenti e impantanati gli eserciti organizzati, che non disdegnano ricorrere alla tortura per fiaccare le resistenze (torture inflitte anche dalle soldatasse, oltre che dai soldati: è il sistema guerrafondaio gerarchico maschilista, che pratica e impone il diritto del più forte).

Sono guerre che, all'interno di molti governi dei Paesi occidentali, diventano "crociate", per le donne e per gli uomini al potere, contro le popolazioni, composte ovviamente da donne ed uomini, di fede, cultura etnia diversa dalla nostra, a loro volta dominate da fedi religiose e/o politiche. Lo sviluppo della politica delle "quote rosa" potrebbe avere un compito importante, se almeno nei parlamenti occidentali si potessero esprimere i diversi punti di vista - il maschile e il femminile - sui vari temi della pace e della guerra, e in genere sulle complesse politiche globali dei nostri tempi che devono anche affrontare politiche ignote ai secoli passati: ad esempio, le politiche dell'ambiente del nostro pianeta che le attività umane mettono in pericolo, quelle delle ricerca scientifica con le scoperte che susseguendosi velocemente, si intromettono nella biologia della vita, sin dal momento della nascita.

Ma le inchieste continuano a sottolineare il "distacco", un "divario" incolmabile tra il parlamento che fa la politica dei centri di potere e la gente.
Nei parlamenti, e non solo in Italia, la "casta" al potere si autoalimenta e si consolida proprio anche per la presenza delle donne che arrivano con le quote rosa, ma che fanno la "politica" di potere cui si è abituati: donne che sono spesso mogli figlie sorelle e altro degli uomini al potere: a consolidare le caste (salvo ovviamente le eccezionali personalità, che confermano la regola).

Una "casta" insensibile, nella sua maggioranza trasversale, alle tematiche più proprie del "movimento delle donne": quella della autodeterminazione e della maternità e genitorialità consapevole.
Sicchè il parlamento dei partiti, tra un accordo finanziario e l'altro, con le lobby significative, ha approvato una legge aberrante, lontana, molto lontana, da qualsiasi analisi politica di genere.

La legge che guida la fecondazione assistita chiesta da quelle coppie che hanno problemi di sterilità.
C'è chi parla di una legge suggerita dalla più forte delle "lobby" che governano l'organizzazione della salute, che in materia di vita e di morte, di trapianti e di manipolazione genetica, tende al controllo medico sull'integrità fisica e psichica della gente (un complesso discorso che merita un capitolo a parte di analisi e di approfondimento, su cui sono impegnate molte scienziate che studiano e propongono una medicina "di genere", perché il "corpo" femminile non è uguale al "corpo" maschile, nella diagnosi e nella cura, ma la ricerca non conosce le differenze). Certo è che, a livello "politico", quando la società civile ha chiesto il referendum abrogativo di questa legge, si sono viste certe "resistenze a sinistra" ad andare a votare.
Eppure era ben chiaro che la legge non manifesta alcun interesse per la salute della donna che desidera la maternità e viene obbligata a farsi impiantare tutti gli embrioni fecondati, anche se malformati, per poi abortire, se lo vuole!...

La politica di potere, quella che impegna veramente il parlamento in Italia, ma anche molti parlamenti europei, è quella che regge il "comitato d'affari delle rispettive borghesie", che possono permettersi di curare la propria salute dove vogliono, ma largamente indifferente ai bisogni della gente. Mentre viene poco a poco smantellata, nelle privatizzazioni, l'organizzazione delle stato sociale, si vive, come qualcuno ha detto "in un mondo basato sulle carte di credito, non sui libretti di risparmio, che privilegia la soddisfazione immediata". Si può aggiungere, particolarmente per l'Italia, in un mondo dove uomini e donne hanno per modello trent'anni di TV commerciale, che privilegia l'apparenza e rende invisibile la cultura e lo sforzo di capire e di agire per il bene comune.

Eppure, anche in Italia, molte sono le donne, e anche gli uomini, che si impegnano nelle ricerche e nelle pratiche di quelle che sono chiamate le politiche di genere, a livello istituzionale soprattutto locale, nell'associazionismo e nelle università.
Sono persone che propongono interventi positivi, approfondiscono gli studi, agiscono operativamente in movimenti e associazioni, soprattutto al di fuori dei partiti, su materie sensibili: i diritti fondamentali, la salute, l'istruzione, la formazione, la presa delle decisione, i meccanismi istituzionali, i mass media, l'ambiente, la violenza, le strategie del "gender mainstreaming" a partire dal "gender budgeting" o bilancio di genere (teorizzato in Italia dalla compianta Fiorella Ghilardotti, che è stata Presidente della Regione Lombardia e deputato europeo): cioè le strategie finalizzate ad introdurre equità e trasparenza ed efficienza rispetto al funzionamento dell'economia e della società, con la richiesta, alle autorità di bilancio, di definire l'insieme delle entrate e delle spese tenendo conto anche dell'economia non pagata, del lavoro domestico e di cura. L'obiettivo è quello di impegnare le istituzioni a considerare dell'impatto delle politiche pubbliche e di bilancio sulle diverse funzioni e responsabilità, nonché vincoli di tempo, di donne e di uomini, nella gestione delle loro vite quotidiane.
Ma un vero pensiero di genere non appartiene alla politica e men che meno a quella dei partiti!
Quando si parla di maternità, il discorso diventa astrattamente di contrasto alla emarginazione e alla povertà, ma si ha paura a parlare di "autodeterminazione" della donna.
Lo slancio del movimento, che aveva fatto approvare la legge 194, pareva sopito, come se tutto fosse diventato scontato e definitivo. In questa apparente pigrizia, si sono sentiti vincenti coloro che hanno sempre contrastato i diritti delle donne nella specificità di genere, e hanno fatto fallire il referendum abrogativo della legge sulla procreazione assistita per la mancanza del "quorum", invitando la gente a non pensare, a non votare, a privilegiare il proprio privato domenicale svago all'impegno politico (... tanto ci sono loro che ci pensano...)
Ma il "movimento delle donne" è apparso ancora vivo e vitale!
Sul tam tam delle e-mail, è sceso in piazza, e si è dato un motto: "uscite dal silenzio!". E le donne, con i loro uomini, mariti e figli, sono scese in piazza per la modifica della legge 90 e a sostegno della legge 194, e anche per ricordare alla "politica" dei partiti che la gente ha bisogno di una nuova POLITICA DI GENERE, capace di attraversare ogni momento politico-decisionale.

CONCLUSIONI
Il movimento delle donne sta, ancora, per la maggior parte, al di fuori dei partiti.
A livello di base, scorre sotterraneo nei centri delle donne, nelle università, nel volontariato delle associazioni femminili: deve trovare il modo di emergere, al di là delle politiche delle quote rosa, per sostenere la rivoluzione culturale che l'ingresso delle donne, come genere, nella società degli uomini, porta con sé.
Non mancano gli scritti, gli studi, le iniziative umanitarie, e c'è un continuo interrogarsi sulla funzione della politica istituzionale e sulla possibilità di rivendicare relazione, confronto, e anche conflitto con la politica predominante, dall'interno dei partiti ed anche dall'esterno, a significare che le donne e gli uomini, assieme, possono impegnarsi nella ricerca degli strumenti per contrastare la "presa del potere" adottando la "politica" di "sevizio", in tutte le istanze sociali ed economiche.

Sarebbe una "politica" che ci riporta ai punti di partenza delle "pratiche delle donne" per sostenere la genitorialità consapevole, nell'impegno di riformare in senso paritario, con ottica di genere, a partire dagli istituti familiari, gli archetipi dominanti del "potere per il potere".

Una nuova "politica" che dal microcosmo della relazioni uomo/donna, possa in qualche modo influenzare la macroeconomia, per affermare veramente i "diritti umani" di ogni persona che nasce.
Questo pensiero, questa aspirazione, non cerca lo scontro, ma tenta di "disconfermare", con l'ottica di genere, essi archetipi maschili legati alla politica di potere che fino ad ora ha deformato la visione delle cose, generando immani conflitti guerreggiati: dove vince il più forte economicamente, militarmente, culturalmente, calpestando i diritti umani dei più deboli, uomini o donne che siano.
E' utopia?
Dall'utopia nascono le idee perché "dopo di noi, non ci sia il diluvio", ma un mondo che accolga i nostri figli ad una vita migliore. Da queste utopie sono nate nel mondo moderno, accanto a terrificanti conflitti, piccole, ma numerose iniziative umanitarie che tendono ad incidere sulla globalizzazione perversa che saccheggia le risorse del mondo a vantaggio di pochi.
Perché l'umanità - donne e uomini - non distrugga il pianeta che è diventato così piccolo e fragile.