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4 - La crisi dei partiti e la terza ondata del Movimento Femminista Stampa E-mail

donnenelmondo.jpgProsegue il nostro contributo al dibattito sulle donne in politica, con la pubblicazione del piccolo saggio:
I MOVIMENTI FEMMINILI NEI PARTITI POLITICI
Parte quarta - La crisi dei partiti e la terza ondata del Movimento Femminista

La crisi scoppia prendendo avvio nel 1992, quando Mario Chiesa, presidente dell'Ipab Pio Albergo Trivulzio di Milano, viene arrestato in flagranza di reato, colto a ritirare "la mazzetta" per l'appalto delle pulizie.
Con questo arresto inizia "Tangentopoli": e da qui si consuma la dissoluzione della DC, la scomparsa del PSI e di alcuni partiti laici, coinvolti nel "sistema" della corruzione per il finanziamento occulto dei partiti, con ricadute corruttive personali sui dirigenti dei partiti.
La crisi, comunque, era latente nel consociativismo democristiano.
A sinistra, il Partito Comunista Italiano, che si approvvigionava altrove, ed era stato solo marginalmente toccato da Tangentopoli, doveva, però, fare i conti con il crollo della ideologia comunista simbolicamente rappresentato dalla "caduta del muro di Berlino". Il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro, il PCI aveva deciso di aprire un nuovo corso politico, tendente alla nascita di un nuovo partito della sinistra italiana, nel travaglio di scissioni interne.
A destra, rientrava in gioco il "Movimento Sociale" che - emarginato ai limiti della legalità dalla politica italiana del dopoguerra - poteva vantare di non essere toccato da Tangentopoli. Con la candidatura a sindaco di Roma, nel 1993 (sostenuta a sorpresa dall'imprenditore Silvio Berlusconi), Gianfranco Fini, erede di Almirante e leader del M.S.I., iniziava un paziente lavoro di alleanze che sfociava, nel gennaio del 1994, nella prima assemblea costituente di "Alleanza Nazionale", la nuova formazione che nel 1995 prendeva ufficialmente il posto del Movimento Sociale all'interno dello scenario politico italiano.
Una crisi morale, che suscita vampate di proteste popolari e riforme... alla gattopardo.
Al Nord, dove la corruzione imbrigliava le attività economiche, emergeva un partito di protesta rappresentato dalla "Lega Nord" che si diceva partito "puro": "Roma ladrona", era lo slogan. La Lega allargava via via la sua azione sostenuta da un neo-capitalismo del nord-est, dove si affermava una espansione economica di carattere familiare. Alle elezioni amministrative del 1990, si aggiudicava il 4,8% dei voti su base nazionale per le regioni e il 2,4% dei voti per i comuni, e si attestava in Lombardia a ben oltre il 20%.
Sulle macerie della D.C. e del P.S.I., scendeva in campo il partito aziendalista di Berlusconi, che sembrava nato dal nulla, ma dietro di sé aveva profondi studi di comunicazione mass mediali per la captazione del consenso popolare. Il modello è quello sperimentato dalle reti televisive commerciali private – Finivest Mediaset - che avevano ottenute le concessioni dal sistema consociativista del centro sinistra, e avevano un grande successo popolare perché davano alla gente messaggi semplici che puntavano su emozioni elementari, luoghi comuni e mode: soprattutto nelle trasmissioni popolari che distribuivano premi a suon di banalità, dando l'illusione di poter, senza fatica, avere la "fortuna" di raggiungere successo di visibilità e soldi.
Nei mass-mediali commerciali, peraltro imitati dalla RAI, le donne sono giovani belle, possibilmente svestite, seduttive, "oggetto" di desiderio maschile e modello per far sognare alle ragazze, il successo, attraverso la notorietà televisiva, spesso spinte dalla insoddisfazione delle loro madri. Un universo femminile distorto, polarizzato tra il mondo dello spettacolo e della moda e quello della violenza della cronaca nera. Programmi tipo "beautiful", incoraggiavano a indentificarsi in personaggi che circuitavano attorno a famiglie danarose, con i loro contrasti sentimentali.
Nella realtà, le donne avevano raggiunto pieno riconoscimento in quasi tutti i settori della società, e le più preparate avevano acquisito posizioni di prestigio in molti settori prettamente maschili, anche nella rappresentanza "politica". Ma si tratta di posizioni personali e di limitata consistenza numerica, mentre la "politica" continua ad essere esercitata prevalentemente dall'universo maschile legato al potere economico e gerarchico.
Berlusconi chiamava molti dei personaggi della vecchia nomenclatura consociativista, ben inseriti in meandri della amministrazione pubblica e della politica sommersa, nella dirigenza della sua formazione politica, "Forza Italia" - che può considerarsi "partito mediatico di massa". E riusciva anche ad inglobare l'appoggio dell'esperienza di "Comunione e Liberazione", che aveva ed ha salde radici negli atenei italiani, i cui esponenti rappresentativi venivano candidati nelle sue liste ottenendo posti di rilevanza decisionale.
Al di là delle intenzioni del suo fondatore don Giussani, "Comunione e Liberazione" può essere considerata un movimento politico "ecclesiale". Sono nette le prese di posizione con dimostrazioni, volantinaggi e incontri pubblici sui temi della vita della famiglia della "morale" e dell'"etica", contro il divorzio e contro l'aborto, che si accompagnano alla rivendicazione di un forte ruolo nella educazione ed istruzione dei giovani, con la richiesta politica di sostegno e finanziamenti per la fitta rete delle scuole private religiose.
Molte delle donne, che pure avevano partecipato alle rivendicazioni femministe, si ritrovano nella Chiesa cattolica come "femministe devote", applaudite da C.L. e dal Movimento per la vita, per difendere la femminilità nella maternità, secondo la tradizione patriarcale.
Come avviene per le associazioni cattoliche che organizzano il "volontariato" popolare e particolarmente delle donne, anche C.L. è un movimento molto organizzato nel complicato sistema tra istituzioni, associazioni di volontariato, enti benefici ed enti ospedalieri. Con la "Compagnia delle Opere", "il Banco alimentare" che uniscono migliaia di imprenditori con ricadute di importante potenza finanziaria, e altre strutture di carattere assistenziale ed educativo, diventa una importante riserva di voti.
Le elezioni del 1994 vedono "Forza Italia" il "partito" di maggioranza relativa (con il 21 per cento dei voti e 113 deputati, contro il 20,3 per cento dei voti del Pds, ex PCI).
Nel primo governo Berlusconi c'erano una donna ministro, Adriana Poli Bortone, e quattro donne sottosegretario: Battistina Fumagalli Carulli, Marianna Li Calzi, Marisa Bedoni, Mariella Mazzetto, le quali, pur ciascuna valorosa nel suo campo, certamente non si ispirano nella loro azione politica a "movimenti femminili", e men che meno femministi.
Si può dire che, una volta raggiunto il ruolo di prestigio e di potere in molti settori considerati prettamente maschili, ed anche in politica, ma soprattutto in politica, le donne si adeguano all'universo maschile e alle regole coniate dal modello maschile.
Non può più parlarsi di "Movimento delle donne" all'interno dei partiti. Le donne ne fanno parte a pieno titolo, ma la struttura dei partiti, nuovi e riciclati, resta sostanzialmente legata ai gruppi di potere economico, cui partecipano anche ALCUNE donne.
Ed i flussi dell'economia e della finanza, che sono sempre più globalizzati e sovranazionali, restano in salde mani della classe dominante. L'espansione globale del capitale, a partire dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) della Banca Mondiale (BM) e dell'Organizzazione del Mercato Mondiale (OMM), si sviluppa, creando grandi concentrazioni di ricchezza in mano a poche "famiglie", mentre si allarga la forbice tra Paesi ricchi e Paesi poveri: e all'interno del Paesi ricchi nascono favorite da un sistema liberista senza regole nuove povertà, che toccano sopratutto le donne, sulle quali gravano massimamente anche i compiti di cura, per i figli e per gli anziani.
In Italia, un nuovo sistema elettorale subentrato al maggioritario aveva escluso le preferenze: la giustificazione morale era quella di contrastare il riconoscimento del voto (di scambio) attraverso preferenze preordinate. Ma la conseguenza pratica é stata quella di rinforzare la gerarchia di potere dei vertici dei partiti, che può decidere le candidature, stabilendo preventivamente quelle che saranno vincenti. E' così che i partiti hanno raggiunto il massimo del loro potere, espropriando, anche formalmente, all'elettorato le scelte del/della proprio/a rappresentante.
Siccome il linguaggio non è neutro - ha detto Irigarey - val la pena di ricordare la giovane leghista Irene Pivetti (che oggi si esibisce in televisione, con look provocante, come presentatrice e conduttrice), quando é stata nominata presidente della Camera, nel primo governo Berlusconi che ha dato inizio alla cosiddetta seconda repubblica: ha tenuto dichiararsi, nel suo discorso inaugurale. "cittadino". Cioè, se la donna ha una carica istituzionale é "cittadino", al maschile! Senza dire del linguaggio (alla "celoduro") dei raduni leghisti e delle elezioni delle "miss Padania".
Il leader indiscusso di Forza Italia, dal canto suo, si manifesta molto sensibile alla "bellezza" femminile, e tra il galante e il paternalista, ha dato spazio nel suo partito soprattutto a donne belle e giovani. E non disdegna autodefinirsi "tombeaur des femmes"!.

Nel 1995, si svolge a Pechino la IV conferenza mondiale delle Donne.

In Italia, caduto il primo governo Berlusconi, è ministro degli esteri del governo Dini, Susanna Agnelli, la prima donna in Italia a ricoprire un ruolo tanto importante dal punto di vista "politico".
In tale veste, Susanna Agnelli (esponente, come è noto, dell'alta borghesia, personaggio femminile di notevole importanza, certamente estranea alle dinamiche del movimento delle donne), partecipa, tuttavia, alla conferenza mondiale delle donne, con la sua credenziale anche di genere. E i mass media sottolineano la notizia che l'Italia è tra le pochissime nazioni (2) che aveva una donna Ministro degli esteri.
Ma è dall'opposione che Giovanna Melandri organizza in Italia i "forum" delle associazioni e dei movimenti femminili che parteciperanno a quella conferenza, ossia che porta a Pechino la voce delle donne italiane, nelle loro esperienze associative, di genere.
A Pechino partecipa anche il Vaticano.
Difatti la "Santa Sede" che governa il suo piccolo territorio concessole dai patti lateranensi (un gruppo di palazzi a Roma), all'ONU ha lo "status" di "Osservatore Permanente di Stato non membro". Il Vaticano, dunque, é uno strano Stato, composto di soli uomini, senza donne e senza bambini, portatore di un preciso credo religioso: unica religione al mondo che ha una voce "politica" all'ONU.
A Pechino, anche il Vaticano registra le "inaudite violenze sofferte da tante donne nel mondo" ma sostiene che responsabile è la "sessualità senza morale" che porta alla "tentazione di usare l'aborto come "soluzione" dei risultati della promiscuità sessuale, e vuole affermare "la protezione di ogni vita umana, dal concepimento, in ogni stadio del suo sviluppo e in ogni situazione". Si scontra con l'Unione Europea per la decisione di quest'ultima di non supportare un paragrafo sul ruolo positivo della religione nella vita delle donne e il dissidio si allarga rapidamente a matrimonio e maternità, secondo l'UE non necessari alla donna per realizzarsi, secondo il Vaticano invece fondamentali.
A Pechino si è detto che le donne "agiscono localmente e pensano globalmente". Ma è anche emerso che quelle delle donne più che "politiche", sono "pratiche": progetti, aiutati dal volontariato internazionale (con tanti soldi che magari si sperdono prima di arrivare a destinazione). Comunque anche attraverso le informazioni pur criptate dai mass media, Pechino ha portato visibilità all'agire al fare al dire di migliaia di donne di diversi Paesi e di diversa cultura, nei piccoli o meno piccoli progetti "locali" tesi a sollevare la gente dalla povertà, le donne dal ruolo subalterno e dalla schiavitù familiare e sociale in cui si trovano ancora in non poche parti del mondo. Ha portato alla luce i "women's studies" delle università, le imprese editoriali delle donne, le iniziative delle donne nella ricostruzione delle vie rotte dalle guerre, il lavoro delle donne migranti nelle cooperative sociali, il ruolo delle donne nel microcredito, la difesa dei titoli di proprietà della terra, l'accoglienza contro la violenza sessuale, ed anche il paziente riesame ai testi delle grandi religioni.
Tre sono state le parole chiave emerse da Pechino: "genere" "empowerment" "mainstreaming":
"genere", come elemento costitutivo delle relazioni sociali fondate su una cosciente differenza tra i sessi:
"empowerment", da "conferire poteri", "mettere in grado di", e cioè progettazione di interventi che mirano a rafforzare il potere di scelta delle donne, migliorandone le competenze e le conoscenze in un'ottica di emancipazione politica oltre che terapeutica;
"mainstreaming", l'intento di far attraversare in modo sistematico e preordinato in tutte le politiche, e particolarmente nelle politiche economiche, la considerazione degli effetti delle stesse politiche hanno, rispetto agli uomini e rispetto alle donne.
Nell'Unione Europea, queste “politiche" si sono tradotte in "azioni progettuali" che dovrebbero comportare l'obbligatoria attenzione alle "pari opportunità", e la politica delle "quote rosa", parità di rappresentanza politica di uomini e donne nelle istituzioni e nei centri decisionali.
Il Consiglio di Lisbona ha fatto propria un'idea di sviluppo in cui la crescita sociale è un percorso che può essere attuato solo quando le donne, in numero consistente, diventano soggetti e attori politici sul modello dei Paesi del Nord Europa.
Il fatto che molte si trovino a barcamenarsi tra lavoro, famiglia e figli, e nello stesso tempo si impegnino in prima fila nelle istituzioni e nei partiti politici, deve essere considerato un valore aggiunto.
La terza ondata del femminismo, registrando che le donne sono perfettamente a loro agio in ruoli politici e amministrativi, tende ad improntare le politiche ai concetti di "empowerment" e "mainstreaming", indicando il sistema delle "quote rosa", per il raggiungimento della pari rappresentatività, uomini e donne, in ogni istituzione.
La rivendicazione delle "quota rosa" dovrebbe comportare una massiccia partecipazione delle donne in politica, prevista per legge, non tanto per sfondare il tetto di cristallo alla conquista del "potere" maschilmente concepito, ma per costruire una "politica" di servizio, che sappia coniugare la vita privata con la vita pubblica in modo nuovo, per dare spazio, in "politica", alle molte donne che si distinguono nell'associazionismo, nel volontariato, nelle professioni, dove la loro presenza ha maturato nuovi metodi e ambiti di interesse rivolti al futuro delle generazioni, per la realizzazione dei "diritti umani" di ogni persona che nasce.
La rivendicazione delle "quote rosa" in politica, ma anche in ogni altra istituzione e carriera, nasce dalla considerazione che le donne - per superare il "gap" personale e discriminatorio dei compiti familiari e di cura, ancora massimamente gravanti su di loro - devono essere agevolate rispetto agli uomini quanto meno per raggiungere visibilità nelle candidature, contrastando il sistema delle "nomine" di corridoio, tra uomini per mantenere il sistema di potere in mano a pochi.
E' diventato difficile non sostenere la necessità che le donne partecipino con una adeguata rappresentanza nelle sedi istituzionali. Più complesso è come tale partecipazione possa/voglia essere attuata dal "sistema" dei partiti.
Ancor più complesso é individuare quale la politica che si sviluppa se le donne partecipano, con ottica di genere.