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3 - I Partiti e il Movimento Femminista Stampa E-mail

movimento di liberazione delle donne Prosegue il nostro contributo al dibattito sulle donne in politica, con la pubblicazione del piccolo saggio:
I MOVIMENTI FEMMINILI NEI PARTITI POLITICI
Terza Parte - I Partiti e il Movimento Femminista

La vera critica al "ruolo femminile", come contestazione alla subordinazione della donna nella famiglia e nella società, si manifesta a partire dal 1963, con l'uscita del libro di Betty Friedan “Mistica della femminilità”.
Il cuore della denuncia riguarda l'oppressione economica, giuridica e soprattutto psicologica, che grava sulle donne come sesso, e comprende la rivendicazione della libertà sessuale.
Le donne prendevano la parola sul proprio corpo, cosa del tutto inedita, vista la loro educazione al silenzio su questo argomento.


Nella pubblicistica femminista si sosterrà anche che l'oppressione della donna è un processo dialettico: se ha consentito l'affrancamento dell'umanità dalla natura, con la evoluzione della società contemporanea, tale oppressione non può più essere consentita.
Il contenuto delle rivendicazioni metteva in discussione, con un'analisi politica "a partire da sè" (autocoscienza), tutti i settori della società, contestando gli aspetti maschilisti del "potere", individuando e analizzando i nessi esistenti tra la sessualità e il potere.
Questo secondo femminismo del mondo occidentale ha avuto aspetti folcloristici, come la "marcia dei reggipetti" e risonanza mediatica sulla stampa e nelle televisioni. Va considerato come la presa di coscienza da parte delle masse femminili della loro oppressione, creata dalla società gerarchica maschilista.

Il "Movimento delle donne" si autodefiniva al di fuori dei partiti, ma le donne del movimento si incontravano con le donne dei partiti e dell'associazionismo femminile degli stessi partiti (particolarmente a sinistra), con fantasia organizzativa: mentre all'interno dei partiti italiani la presenza delle donne, tra il 1963 e 1968, era numericamente in pesante declino. Le elette in Parlamento hanno toccato il minimo storico del 2,8%.
Nel "movimento" donne, d'ogni età e di ogni condizioni sociale, si raccoglievano in "collettivi", per discutere della loro condizione, inventando momenti di socializzazione originali e politicamente nuovi che le portavano in gran numero ad uscire dal loro isolamento familiare. Mettevano in comune le loro esperienze di lavoro casalingo ed extradomestico, e discutevano tra loro della loro subordinazione nella società e nei rapporti familiari, di sessualità e di figli. I "collettivi" si davano anche obiettivi operativi, legati alle "politiche familiari" che grazie a loro, venivano alla ribalta con proposte di legge e discussioni politiche: lo slogan era "Il privato é politico" e il tema della sessualità veniva esposto con una visione nuova, suscitando importanti riflessioni.
I partiti italiani che si dibattevano con la pregiudiziale anticomunista, vedevano dominante la D.C., fortemente legata alla "morale" cattolica e fortemente critica verso il femminismo.

Ma la D.C. non aveva i "numeri" per governare da sola (non essendo scattata la legge cosiddetta truffa che le avrebbe concesso un grosso premio di maggioranza se avvesse raggiunto il 50% dei voti), e si alleava con i piccoli partiti, che acquistavano più "potere" di quanto la loro consistenza numerica potesse consentire. A sinistra era forte il PCI, ma per i suoi legami con l'Unione Sovietica, restava escluso dal governo, precludendo dall'alternanza tra la destra conservatrice e sinistra progressista.
La delicata fase della ricostruzione era stata condotta da Luigi Einaudi, con una drastica politica conservatrice poggiata sui bassi salari e sostegno alle industrie. Anche la politica della Cassa del Mezzogiorno (istituita nel 1950) era stata condotta in contrapposizione con il mondo contadino del Sud, come risposta alla occupazione delle terre, legato al movimento sindacale: avrebbe dovuto sostenere iniziative industriali nel mezzogiorno, ma ha erogato finanziamenti a pioggia che andavano a finire nel sottobosco clientelare e in opere pubbliche di scarso valore. Le industrie, che si concentravano al Nord, chiedevano mano d'opera a buon mercato che proveniva dal Sud, innescandosi così il flusso dell'emigrazione interna dal Sud verso il Nord.

In dieci anni, queste "politiche" avevano trasformato l'Italia da paese agricolo in paese industriale, ma con gravi squilibri.
IL Sud degli emigranti si impoveriva, ma si arricchivano, anche con i con finanziamenti della Cassa de Mezzogiorno, alcune "famiglie" in grado di condizionare il flusso dei voti, le famiglie della povera gente si disgregavano. Al nord, che aveva avuto finanziamenti pubblici ordinari superiori a quelli erogati dalla Cassa del Mezzogiorno, si parlava di "miracolo economico". Prosperavano le industrie che fornivano alla gente auto ed elettrodomestici.
Quando sono emerse le contraddizioni che avevano creato il cosiddetto "boom", nella DC era prevalsa la corrente riformista, con il primo governo di centro-sinistra del 1963, con ambiziosi progetti riformatori, stroncati dal tentato golpe del 1964.
La "politica" rimaneva poi congelata nell'ordinaria amministrazione senza dare risposte alla diffusa arretratezza dei servizi pubblici essenziali, per esempio, la scuola e la sanità.

In questa congiuntura si é sviluppata la "contestazione" del '68, anche in Italia: contestazione alla politica e ai partiti, peraltro, da inserirsi in un discorso più vasto che ha interessato quasi tutti i Paesi del mondo occidentale.
La contestazione del '68 esprimeva l'urgenza sentita dai/dalle giovani di una grande trasformazione della società occidentale, dominata da una America, logorata dal dramma della guerra del Vietnam.
Chiedeva di trasformare la società, a partire dal rapporto fra individui, metteva in discussione il rapporto di potere tra individui.
Anche in Italia la contestazione era partita dalle università, dove avevano avuto accesso anche i figli del popolo e le donne. Contestava il "sistema" del potere delle "baronie" che dominavano la docenza universitaria e si allargava alla contestazione del potere nella organizzazione di tutta la società, a partire dalla famiglia. Voleva un ideale raccordo con le rivendicazioni dei lavoratori che, sfruttati nelle fabbriche a bassi salari, nell'autunno caldo del '69, lottavano per un miglioramento significativo delle condizioni di lavoro.
Ma la contestazione degli studenti non si é incontrata con i partiti della sinistra italiana, che tacciavano i leaders studenteschi di essere in realtà semplicemente dei radicali borghesi individualisti.

Si é, invece, incontrata, e scontrata, con il Movimento femminista, ponendo il problema della sessualità - maschile e femminile - come problema "politico" nei giornali studenteschi, e nelle piazze. Le studentesse, marginalizzate in ruoli di supporto logistico, si autodefinivano polemicamente "gli angeli del ciclostile", scontrandosi con i compagni maschi, "leaders" del movimento.
Si può dire che era il femminismo, nel 1968, a lanciare i messaggi più rivoluzionari, a partire da quello della "liberazione della donna", in rivolta contro i "valori" fondanti della famiglia patriarcale, con le gerarchie interne che per millenni hanno sottomesso le donne in un ruoli prefigurati dalla società maschile, poggiati sulla preminenza della paternità nel matrimonio (persino per presunzione di legge), e sulla emarginazione delle donne, già preclassificate in categorie secondo la visione maschile: "vergine", "sposa", "madre" (oppure "puttana").
Nei successivi anni settanta, il movimento studentesco si dissolveva negli spasmi del terrorismo di destra, e di quello di sinistra delle "brigate rosse".
Alcuni dei leader studenteschi si erano istituzionalizzati, con ambizioni di ascesa al potere di governo, andando a confluire nei partiti, altri si dedicavano al movimento ecologista e al volontariato, la maggior parte era tornata alla "normalità" della casa, con nel cuore il sogno svanito di modificare i rapporti di potere nella società.

Quello che restava erano le istanze delle femministe di modificare la società a partire dalla famiglia, dove si era consolidata nei secoli l'oppressione della donna.
E difatti, in Parlamento si discuteva la legge sul divorzio (era stata presentata fin dal 1965 dal deputato socialista Loris Fortuna, e contrastata da vasti settori della Dc e del mondo cattolico). Tra i partiti fu il compromesso: la D.C. aveva dato i suoi voti alla approvazione della legge sul divorzio (n. 898 del 1970), dopo che la sinistra aveva dato i suoi voti alla approvazione della legge n.352 del 1970 sull'attuazione dei "referendum" costituzionali. Vale a dire, il referendum é stato la contropartita data alla Dc perché sul divorzio non si determinasse in parlamento, tra le forze politiche, una rottura. Una parte del mondo cattolico covava l'illusione che appellandosi direttamente al corpo elettorale, su tale questione si sarebbe pronunciata una maggioranza conservatrice e clericale.

Invece, il divorzio é passato al vaglio del referendum del 1974, e in parlamento si é aperta la discussione per approvare una radicale riforma del diritto di famiglia, poggiata sui VALORI della uguaglianza della libertà di ogni individuo uomo e donna.
Basti comunque por mente che:
- la parità giuridica tra i coniugi: uguali diritti e responsabilità, sostituisce la gerarchia con al vertice il marito.
- la comunione dei beni sostituisce l'istituto della dote e l'egemonia economica affidata al marito/padre;
- l'uguaglianza di tutti i figli sostituisce la discriminazione dei figli nati al di fuori del matrimonio rispetto ai figli nati nel matrimonio, sconvolgendo il principio romanistico "mater matrimonium - pater patrimonium" .
- La potestà genitoriale, intesa come dovere dei genitori alla crescita dei figli, viene a sostituite la patria potestà, intesa come potere gerarchico del padre sui figli.
In quegli anni, il movimento si consolidava, non più sulle piazze, ma negli studi delle donne, in una visione autonoma, suscitando importanti approfondimenti che si esprimevano nei volantini dei gruppi, nei documenti dei centri di medicina e per la salute della donna, nella pratica del "Self help". Nei "collettivi", nei quali non c'erano regole gerarchiche di organizzazione, ma un sentire comune, le donne si riunivano a Milano, a Torino, a Roma, con obiettivi specifici, ad esempio, sostenere le battaglie referendarie, raccogliere le firme per la depenalizzazione dell'aborto e per la legge di iniziativa popolare sulla violenza sessuale, da configurarsi come reato contro la persona (della donna: e non contro la "moralità pubblica ed il buon costume", come rubricato nel codice Rocco).
Erano posizioni che raggiungevano una certa visibilità attraverso i mass media ed impegnavano i partiti a prendere posizione.
Le donne "in politica", nel partito della D.C., ma anche le comuniste (meno le socialiste), prendevano coscienza con un certa lentezza, della grande trasformazione culturale e socio-politica del movimento, nel faticoso e rassegnato rispetto delle regole gerarchiche inesorabilmente maschili vigenti nei partiti; quasi che loro, donne impegnate in politica; che dovevano continuamente dimostrare di essere all'altezza di compiti pubblici, si auto-sottraessero alla discriminazione e alla emarginazione connaturata all'elemento femminile nella società, mentre le "altre" eran da proteggere da loro stesse...

La campagna "politica" per l'aborto (ovvero contro l'aborto per la maternità libera e consapevole), condotta dalle donne del "movimento", investiva tuttavia i partiti, che si trovavano in certo senso spiazzati. Nella discussione della legge di depenalizzazione del reato quella che sarà la L. 194 del 1978, ancora promossa dal deputato socialista Loris Fortuna, aveva trovato i comunisti a votare contro, assieme al Movimento sociale: "innaturale connubio", diceva il Corriere della Sera.
Le energie femminili incanalavano la "politica" verso una nuova visione della società, muovendosi su un terreno tutto loro, privato, intimo. Le donne sapevano di essere sole, e di dover affrontare tra loro il "problema" della discriminazione, della emarginazione, della invisibilità, della scelta della maternità. Ponevano alla politica tematiche radicali, senza temere di imboccare la strada che andava contro la bimillenaria morale data dalla religione, con il divorzio, con la pillola contraccettiva e infine con quello che la Chiesa iniziava a chiamare "il macigno delle coscienze": l'aborto.
Le donne del "movimento" dimostravano di essersi affrancate dalle ideologie politiche, di destra e di sinistra e proponevano riforme a sostegno dei diritti della persona, per affermare la dignità umana di ogni nato, che nasce da donna. Non temevano lo scontro e sapevano che si trattava di affrontare quel mondo "biologico" che le gerarchie sociali e religiose patriarcali vogliono mantenere escluso alle idee alle esperienze e alla volontà della donna.

Corpo e saperi sono le tematiche.
La politica dei partiti, affrontavano la tematiche dell'aborto, con l'ottica alla protezione della donna contro la piaga sociale dell'aborto clandestino, e approvavano la legge, nel compromesso, cioé dopo che un'altra legge ha istituito i consultori: la legge n. 405 del 1975, che veniva approvata come contropartita alla legge 194 del 1978, sull'aborto. La parte reazionaria dei partiti, infatti, di tutti i partiti, vedeva nei consultori uno dei momenti di controllo e di indottrinamento delle donne per condizionare la loro "scelta" di maternità.
Invece, i consultori autogestiti, fondati dalle femministe, offrivano alle donne occasioni di socialità e di informazione; da donna a donna, ciascuna con la sua esperienza propria di vita familiare e professionale, per una scelta consapevole anche della maternità.
Su queste tematiche, si affacciano alla politica le donne radicali: Adele Faccio (fondatrice del CISA, che aiutava le donne che non volevano portare avanti una gravidanza indesiderata, prima che fosse approvata la legge 194) e si era autodenunciata per un reato di aborto mai commesso, subito anche la detenzione a Firenze) ed Emma Bonino.

Le giornaliste del Mondo e dell'Espresso, giornali vicini al partito radicale, erano anche esponenti del pensiero femminista: Anna Garofalo che scrive alcuni importanti articoli sul divorzio, Gabriella Parca che sonda il terreno delle abitudini sessuali, Adele Cambria e Giulia Massari che scrivono su fenomeni di costume nel boom economico, Vittoria Olivetti che contribuisce alla nascita dell'associazione di educazione demografica, AIED.
Pannella, della corrente della sinistra radicale, che aveva assunto la segreteria del partito in crisi, nel 1965 aveva fondato la LID (Lega Italiana Divorzio) che aveva contribuito, a far approvare la legge Fortuna-Baslini. Avviava un intenso dialogo con Aldo Capitini, sul significato e le forme della nonviolenza, per il rinnovamento della politica, non solo in Italia. Incontrava i movimenti delle femministe e dei transessuali. Entrato in Parlamento nel 1976, sosteneva una linea di forte opposizione alla amplissima maggioranza parlamentare incentrata su accordi e compromessi tra DC e sinistra, che definisce polemicamente "ammucchiata"; fondava Radio Radicale, la prima emittente nazionale a trasmettere in diretta i dibattiti del Parlamento, i congressi dei partiti politici e delle associazioni sindacali e i più importanti processi penali; raggiungeva a titolo personale una discussa, ma vistosa visibilità mediatica .
Il partito radicale si caratterizzava come un partito d'opinione, in contrapposizione con i partiti di massa; si era avvicinato alla sinistra socialista, su tematiche nuove per la politica: l'antimilitarismo, la lotta per i diritti umani, il diritto alla libera sessualità, contro la partitocrazia,
Ovviamente, non ha mai avuto seguito di massa: può essere considerato il primo partito mediatico della politica italiana.
Nel 1989, diverrà "trasnazionale", lasciando a liste personalizzate la corsa alle cariche parlamentari.
Negli anni ottanta, dopo le riforme seguite agli anni della contestazione, particolarmente quelle che riguardano la famiglia ed il mondo del lavoro subordinato, con lo statuto dei lavoratori e il nuovo processo del lavoro, anche il "movimento femminista" rifluisce. La strada, comunque, era stata aperta ed erano state messe in campo numerose iniziative.

A livello individuale, un fatto incontestabile é che le donne studiano di più, si laureano prima dei colleghi maschi, hanno accesso ad ogni lavoro e carriera. Si femminilizzano certe professioni, l'organico delle pubbliche istituzioni e la stessa magistratura. Nel gran numero, sono molte quelle che mettono da parte la laurea e si dedicano alla famiglia. Ma numerose sono anche quelle che si dedicano agli "studi delle donne," nelle università e in gruppi, alcuni uniti dalla idea della separatezza, altri che si collocavano nel sociale, proponendo centri di informazione per le donne, centri antiviolenza, iniziative di carattere culturale, dibattiti ed eventi che riguardano particolarmente la pubblicistica femminile e femminista, il sostegno alle riforme del sistema legislativo, per esempio, la legge 442 del 1981 che abolisce i reati "a causa d'onore". Bisognerà però aspettare il 1996 - legge 15 febbraio, n. 66 - perché il delitto di violenza sessuale che era configurato nel codice Rocco, come delitto contro la morale e il buon costume, diventi reato contro la persona (della donna).

In generale si assiste ad una lenta, ma costante crescita delle donne che investe non solo la famiglia, ma anche il lavoro. E il rapporto famiglia/lavoro continua comunque ad essere discriminante per le donne. Gli studi e le indagini a carattere sociologico e statistico, promossi dalle istituzioni e svolti dai centri di ricerca e nelle università, sulle presenza delle donne nel mondo del lavoro a tutti i livelli, dimostrano inesorabilmente che donne sono scarsamente rappresentate nei posti dirigenziali che contano.
E così anche nei partiti politici, dove si sono esaurite le discussioni nell'associazionismo separato e nelle Sezioni femminili, e le donne hanno indirizzato il loro operare alla partecipazione in piena parità con i colleghi.

Si ritiene che in tutti i settori in cui lavorano le donne, con competenze pari se non superiori a quelle dei loro colleghi, la "discriminazione" avviene non solo su pre-giudizi degli uomini, ma anche per fattori psicologici delle donne, minore aggressività per raggiungere i cosiddetti ruoli dirigenziali, un certa insicurezza condizionata dalla loro "educazione", e soprattutto la difficoltà oggettiva di conciliare il ruolo familiare e quello pubblico, ragioni di maternità e di doppio lavoro.
I compiti di "cura" restano alle donne e si frappongono tra le donne e la loro carriera. Il lavoro casalingo resta un lavoro senza VALORE e la politica dei servizi alla persona, continua ad essere confusa con la "politica assistenziale".
Con la conseguenza che gli interventi finanziari di questo settore sono di carattere paternalistico, con fortissime radici nell'organizzazione religiosa della Chiesa cattolica e della borghesia filantropica.
Un manifesto all'ingresso di un Consultorio auto gestito, negli anni ottanta, spiritosamente, portava questo slogan: "Alle donne per fare carriera occorre una moglie".

Nessuno, ormai, e tanto meno i partiti, osa contrastare il diritto delle donne al lavoro e alla carriera, anche all'interno delle stesse organizzazioni partitiche, purché le donne si dedichino alla carriera "come" gli uomini. Anche se la "differenza di genere" nelle "pari opportunità" diventa la nuova dimensione che entra nella politica, attraversando con difficoltà le connessioni sedimentate e storicamente determinate nei rapporti uomo/donna, tra uguaglianza, autonomia, esclusione.
Appartengono alla politica delle "pari opportunità" le "politiche" della "conciliazione" tra lavoro professionale e lavoro casalingo; quelle della valorizzazione delle diversità di genere nelle organizzazioni, nei percorsi lavorativi e nella gestione delle risorse umane, ecc.
A livello istituzionale, con il governo Craxi (1983), la senatrice socialista Elena Marinucci otteneva la costituzione della Commissione "Pari opportunità", direttamente dipendente dalla Presidenza del Consiglio.

Presso il Ministero del Lavoro, con la legge 125/91 ed il D.Lgs. n.196 del 23/05/2000, partendo da premesse strettamente connotate al mercato del lavoro per realizzare i principi di uguaglianza, di opportunità e non discriminazione tra uomini e donne, é stata istituita la figura della "Consigliera di Parità" a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale.
I progetti del Fondo Sociale Europeo a favore delle "pari opportunità", ha incentivato e finanziato le "politiche" della "formazione professionale" delle donne, concepite come strumento per l'inserimento lavorativo e per lo sviluppo professionale e di carriera. delle donne.
Tutto questo diventa una sorta di nicchia "politica", nei partiti e nelle istituzioni, che assorbe molte energie e qualche risorsa, dove si collocano le donne che sostengono i vari partiti e parlano tra loro con un linguaggio specialistico. Queste "politiche" delle "pari opportunità" e delle "azioni positive", sono poco note alla generalità delle donne nella loro quotidianità della loro vita casalinga e di lavoro.
Molte donne delle nuove generazioni danno per scontate le "riforme" che le loro mamme e, ormai, le loro nonne, che ci sono ancora e lo possono raccontare, in questo mezzo secolo hanno ottenuto con grandi sacrifici e pagando di persona.
La loro "rivoluzione culturale", a partire dalla conquista del voto, ha profondamente inciso nei rapporti tra i sessi portando anche tensioni e squilibri e reazioni conservatrici tra le stesse donne.