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Home Spazio aperto Biblioteca Victor Hugo femminista - Capitolo XIV
Victor Hugo femminista - Capitolo XIV Stampa E-mail

La nascita del Secondo Impero, con la nomina di Napoleone III a imperatore dei francesi, segna una nuova battuta d'arresto nel movimento femminista. Non si parla più di diritto al voto, sia per non spaventare troppo gli avversari dell'emancipazione femminile, sia perché si pensa che questa si debba realizzare per gradi e che il voto sia l'ultimo da raggiungere in ordine di tempo. Intanto, sulla scia delle teorie marxiste che cominciano a diffondersi, si cerca di affrontare il problema dal punto di vista del lavoro.

L'industria assorbe sempre in maggior misura la manodopera femminile, che è la meno pagata e quella che lavora un maggior numero di ore, quindi anche la più sfruttata. Le sue condizioni sono veramente drammatiche, tanto che attirano l'attenzione di numerosi studiosi. D'altro canto, le lavoratrici non hanno neanche la solidarietà dei compagni di lavoro, che vedono in loro delle pericolose concorrenti. Tipico è l'episodio dei tipografi parigini, che organizzano addirittura uno sciopero quando le donne cominciano a essere assunte nelle tipografie. E ha inizio da allora una polemica che per certi versi si trascina ancora oggi, se esse debbano avere o no accesso ai mestieri e alle professioni "tradizionalmente" maschili.
In realtà, tutte le attività extradomestiche furono sempre esercitate dall'uomo, diventando così "tradizionalmente" maschili. Ma se la donna, per necessità sociali, è chiamata a entrare nel processo produttivo, è chiaro che non si può vietarle di partecipare a quelle attività, né si può pretendere di relegarla nei settori meno qualificati e meno pagati. Anche queste lotte, dunque, riguardano la conquista della parità e fanno parte di quella emancipazione che non sempre è stata capita e appoggiata da chi, a parole, diceva di volerla.
Nel 1868 le riunioni pubbliche femminili furono di nuovo autorizzate, e divennero famose le conferenze di Maria Deraismes nella sala dei Cappuccini. Per la prima volta, un'intellettuale esponeva a un pubblico prevalentemente borghese la situazione delle donne lavoratrici, e dava inizio all'agitazione legale per il riconoscimento dei diritti femminili sul lavoro. Nacque anche un giornale, Il diritto delle donne, che la Deraismes fondò insieme a Léon Richer, e che avanzava delle rivendicazioni riguardanti fondamentalmente ogni essere umano.
Più tardi la pubblicazione dovette cambiare nome, attenuando anche la sua impostazione: divenne L'avvenire delle donne. La stessa cosa accadde per l'associazione che aveva lo stesso nome, e che si trasformò in Società per il miglioramento delle condizioni della donna. Anche se queste mimetizzazioni possono sembrare episodi di poco conto, hanno invece una grande importanza, perché dimostrano l'impossibilità di esprimersi liberamente, e la mancanza di quella tanto decantata libertà che sembra un sicuro appannaggio dei regimi liberal-borghesi. Del resto, la stessa libertà faceva difetto all'interno del movimento femminista, che riunitosi a congresso nel 1878, non poté affrontare la questione del voto per non dispiacere ai "femministi"! Infatti molti uomini si erano infiltrati nello schieramento, tenendo come al solito i posti chiave, e non giudicavano le donne abbastanza mature per esercitare quei diritti politici che erano proprio lo scopo essenziale delle loro lotte.
Molti anni dovevano ancora passare, prima che un timido progetto si affacciasse alla Camera, con la richiesta del suffragio solo per le nubili e le vedove. Si era già all'iniziò del secolo XX, ma evidentemente si pensava che fosse indecoroso per una donna sposata andare a votare, oppure che il voto del marito valesse per due. Tuttavia neanche quel progetto passò, nonostante la sua limitatezza, né ebbe sorte migliore quello presentato nel 1906 con la richiesta del solo voto amministrativo, o l'altro, tre anni dopo, in cui finalmente si arrivava a chiedere, se non a ottenere, i diritti politici per tutte le donne.
Nel frattempo la battaglia femminista si era andata svolgendo soprattutto sul piano delle idee, attraverso numerose riviste e associazioni, con la partecipazione dei più famosi letterati del tempo, che si erano schierati a favore o contro. Fra i "favorevoli" fu Victor Hugo, l'umanissimo autore de I miserabili, che divenne addirittura presidente onorario della Lega per i diritti della donna, e così si esprimeva nella lettera a un amico nel 1877: "È doloroso doverlo dire, ma nell'attuale civiltà c'è una schiava. La legge ha degli eufemismi: quella che io chiamo schiava, essa la definisce una minore; questa minore secondo la legge, questa schiava secondo me, è la donna... Nella nostra legislazione, la donna non possiede, non fa parte della giustizia, non vota, non conta, non esiste. Esistono dei cittadini, non delle cittadine...".
Balzac, invece, è schierato dall'altra parte. "La donna è una proprietà che si ottiene con un contratto; è un bene mobile, poiché il possesso ne è titolo; infine la donna, propriamente parlando, è solo un addentellato dell'uomo...". Così scrive nella Psicologia del matrimonio, un'opera molto discutibile e molto discussa a quell'epoca. Fra l'altro, egli dava prova non soltanto del più ottuso antifemminismo, ma anche di una certa dose di incoerenza. Infatti, dopo aver sostenuto che l'istituzione matrimoniale da cui l'amore resta escluso non può condurre che all'adulterio, invece di proporre qualche soluzione che agisca sulla causa, vuoI correggere soltanto l'effetto: e invita il marito a tenere la donna in assoluta soggezione, in modo da evitare il ridicolo del disonore. "Bisogna ricusarle istruzione e cultura" egli aggiunge drasticamente "proibire tutto ciò che le permetterebbe di sviluppare la sua individualità, imporle vesti sgradevoli e un regime di vita che la anemizzi... ".
"La borghesia si regola su queste idee" scrive un secolo dopo la sua connazionale Simone de Beauvoir. "Le donne sono schiave della cucina, della casa; la loro condotta viene gelosamente controllata; sono imprigionate nei riti di una buona società, che tronca qualunque tentativo d'indipendenza."
Secondo questa scrittrice, anche Alessandro Dumas figlio si mostrò antifemminista, poiché consigliava al marito tradito dalla moglie: "Uccidila". Ma l'autore del famoso romanzo Margherita Gauthier pubblicò anche un libro in cui prospettava la nuova personalità della donna, e rassicurava i benpensanti circa i pericoli dell'emancipazione femminile. "Oggi la donna comincia a non fare più del matrimonio il suo solo scopo e dell'amore il suo solo ideale" scriveva nel 1884. "Ella può fare a meno del marito per conquistare la libertà; e la libertà che le verrà dal lavoro sarà ben altrimenti reale e completa della libertà puramente nominale che le veniva dal matrimonio... E serio che le donne votino? voi chiedete. Certamente. Ma si vuole far perdere loro tutta la grazia, tutto lo charme. State tranquilli, voteranno con grazia."
Anche queste battaglie a colpi di penna, a volte mitigate dalla battuta brillante e dal sorriso di chi è abituato alle discussioni dei salotti letterari, sensibilizzando l'opinione pubblica, contribuirono alla causà femminista.

L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
Copyright by Gabriella Parca - Terza Edizione - www.cpdonna.it 2005