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Home Spazio aperto Biblioteca Una voce dall’Est - Capitolo XLVIII
Una voce dall’Est - Capitolo XLVIII Stampa E-mail
Nei paesi dell’Est europeo, i cosiddetti paesi a socialismo reale, quando si parla della condizione femminile, si preferisce usare il termine “emancipazione” invece di “liberazione”. Inoltre si pone l’accento sulla parità di diritti, che è già stata raggiunta, e si ignora invece il discorso sui ruoli, che pure è fondamentale per il suo riflesso nella vita sociale. Infatti, sebbene in quei paesi non vi siano discriminazioni sul lavoro e ogni donna possa accedere a qualsiasi professione, persino a quella di astronauta - come dimostra la sovietica Valentina, che partecipò a uno dei primi voli spaziali - tuttavia i posti più importanti sono regolarmente occupati da uomini .

Se questo avviene, dunque, non è per una forma di sessismo, ma perché in casa è ancora la donna che si occupa del ménage e dei figli, nonostante molti servizi siano collettivizzati e gli asili non manchino. Vi è la divisione dei ruoli secondo lo schema tradizionale, ed è ovvio che tutta l’energia e il tempo che una moglie-madre dedica alla famiglia vengono sottratti al suo impegno sociale e politico. Sotto questo profilo le donne rappresentano in un certo senso quelle truppe di retroguardia, a cui vengono affidate le mansioni più noiose e di minore responsabilità, mentre gli uomini vanno avanti, combattono e si affermano. Inoltre, nel suo rapporto con l’uomo, è quasi sempre la donna che cerca di adattarsi a lui, ai suoi orari come alla sua personalità, ponendosi ancora una volta come “il relativo rispetto all’assoluto”. E questo non per “masochismo femminile”, ma perché in ogni società diretta dagli uomini - sia socialista che capitalista - essa così viene educata a comportarsi, convincendosi che sia giusto e naturale.
Si può dire che la grande rivoluzione russa, che pure ha cambiato tante cose non soltanto in Russia, sia stata un’occasione mancata per un’autentica liberazione femminile. Infatti, invece di vedere nella condizione della donna il risultato di un doppio sfruttamento, da parte della società e dell’uomo - come aveva notato anche Engels, che pure è uno dei padri del marxismo - ci si limitò a considerarla una sfruttata alla stessa stregua dell’uomo.
Tutti i tentativi fatti da alcune rivoluzionarie molto vicine a Lenin, di affrontare la “questione femminile” non soltanto dal punto di vista economico o di lotta di classe, furono accusati di essere borghesi e quindi rifiutati. Eppure non era certo borghese Alexandra Kollontai, che così racconta nelle sue memorie: “Sono riuscita a diventare membro di una commissione di governo, il primo gabinetto formato dai bolscevichi nel 1917-18, e sono stata la prima donna ad essere nominata ministro plenipotenziario... Quando in tale occasione mi sentivo dire che era veramente eccezionale il fatto che a ricoprire tale incarico di responsabilità fosse chiamata una donna, solevo pensare che in definitiva la vittoria più importante per la liberazione delle donne non consisteva solo in questo. In particolar modo importante era invece il fatto che una donna come me, che ha sempre dovuto fare i conti con la doppia morale e che non lo ha mai nascosto a nessuno, potesse essere introdotta nelle schiere di una casta che ancora oggi è famosa per la sua tradizionale intransigenza e la sua morale fatta di apparenze. In tal modo l’esempio della mia vita può servire a combattere il vecchio spettro della doppia morale, ricacciandolo anche dalla vita delle altre donne. Ritengo questo un punto importante della mia esistenza, che ha pure un certo valore socio-fisiologico e contribuisce anche, in qualche modo, alla lotta di liberazione delle donne operaie”.
Per tutta la vita la Kollontai dovette lottare per poter affermare la sua personalità, senza dover rinunciare ipocritamente alla sua sessualità; e nello stesso tempo per riuscire ad amare senza perdere la sua libertà, senza diventare emozionalmente dipendente dalla persona amata. Della sua esperienza personale fece poi un fatto politico, riferendolo alla condizione femminile generale, e affrontando il problema come farebbe una moderna femminista.
“Noi donne della generazione passata non avevamo ancora capito cosa significasse essere libere” scriveva. “C’era infatti uno spreco veramente incredibile di energia vitale, un’inevitabile diminuzione della nostra potenziale forza produttiva, dovuta al confluire di tali energie in un’inesauribile serie di esperienze emotive. È anche vero, peraltro, che noi lo avevamo capito, e avevamo cercato di fare dell’amore non lo scopo principale ed esclusivo della nostra vita, ma di contrapporre ad esso il lavoro come punto focale della nostra esistenza...
“L’errore stava nel fatto” continua la Kollontai “che noi credevamo di trovare nell’uomo che amavamo la persona esclusiva, l’unica alla quale pensavamo di poter affidare la nostra vita, l’unica persona disposta a riconoscerei pienamente come forza corporea e spirituale insieme. Ma è sempre avvenuto il contrario, perché l’uomo tentava di imporci il suo io, cercando di adattare la nostra personalità a se stesso.”
Stupisce come le parole della Kollontai siano ancora di grande attualità. Infatti i problemi specifici della condizione femminile non sono mai stati affrontati a livello politico: allora si disse che si trattava di rivendicazioni “borghesi”, oggi si sostiene che in una società veramente socialista queste contraddizioni si risolvono da sole. Ma è assai difficile che un problema arrivi a soluzione se è volutamente ignorato, se non entra nella coscienza di chi ne fa le spese.
Fortunatamente, in questi ultimissimi anni, il movimento femminista è arrivato anche in Unione Sovietica. Nel settembre del ‘79 uscì il primo numero della rivista Donne e Russia, che affrontava in un’ottica nuova e non conformista i problemi della donna nella società russa attuale. La rivista però non piacque alle “autorità”, che consigliarono alla direttrice, Tatiana Manomova, di sospenderne la pubblicazione. Invece poco dopo uscì il secondo numero, ribattezzato Maria, e infine, nella primavera dell’‘80, il terzo, che provocò addirittura l’espulsione della direttrice e di due sue collaboratrici dall’Unione Sovietica. Probabilmente non si sarebbe arrivati a tanto, se la rivista non avesse preso apertamente posizione contro l’intervento sovietico in Afghanistan, invitando le lettrici a convincere i loro uomini a sottrarsi a quella guerra ingiusta. Ma non erano sempre state le donne socialiste a opporsi alle varie guerre, lanciando appelli anche di carattere internazionale? E allora è possibile usare due pesi e due misure, quando a fare la guerra è proprio un paese “socialista”, anzi il paese socialista per eccellenza? Evidentemente le donne sentono e rifiutano le contraddizioni più di tanti uomini, e alcune di loro hanno il coraggio di dirlo apertamente, anzi di scriverlo, cosa che nessun giornale maschile ci risulta abbia osato fare.
Purtroppo non si sa altro del movimento femminista russo, tranne che continua a esistere e che ha due diversi filoni: l’uno che si rifà a una tradizione laica, l’altro che si richiama a valori mistico-religiosi. Comunque si può essere certi che anche in questo paese il movimento si allargherà a macchia d’olio e farà sentire ancora la sua voce.

L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
Copyright by Gabriella Parca - Terza Edizione - www.cpdonna.it 2005