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Home Spazio aperto Biblioteca Le femministe svedesi - Capitolo XLV
Le femministe svedesi - Capitolo XLV Stampa E-mail
Anche in Svezia, il paese considerato all’avanguardia dell’emancipazione femminile, il nuovo femminismo è arrivato, o per lo meno ha cominciato a esistere in modo organizzato, nel 1968. Otto ragazze, dopo aver partecipato a un corso sul ruolo femminile, a Upsala, cominciarono a riunirsi e fondarono così il « Gruppo 8” che divenne rapidamente famoso in tutto il paese, dando luogo alla nascita di altri gruppi. All’inizio, anche qui si fece un’analisi della situazione e si ricercarono le radici dell’oppressione a cui viene sottoposta la donna non diversamente che altrove, nonostante la cosiddetta parità sessuale. Poi, nel giugno del ‘70, si tenne a Stoccolma il primo convegno e si fece un programma per passare all’azione: il giornale Aftonbladet ne dette notizia, e più di cento donne vi presero parte da tutta la Svezia.
Qual è, dunque, la condizione della svedese? Negli ultimi venti o trent’anni, la sua esperienza è stata un po’ diversa da quella delle donne di altri paesi occidentali. Si è parlato molto della sua libertà sessuale e della magnifica organizzazione sociale che le permette di vivere “come un uomo”. Fin dagli anni trenta, una commissione d’inchiesta sulla diminuzione della natalità, presieduta da Alva Myrdal, rifiutò il ritorno della donna al focolare domestico per mettere al mondo e allevare figli. Invece sollecitò la creazione da parte dello stato di asili-nido, di ristoranti e lavanderie collettive, per ridurre al minimo il lavoro in casa. Ma anche se tutto ciò ora esiste, e se il 40 per cento delle svedesi pratica il controllo delle nascite, in modo da non avere una famiglia numerosa, si è ben lontani da un’effettiva parità fra i sessi.
Prima di tutto le donne guadagnano dal 20 al 30 per cento in meno degli uomini. In secondo luogo, anche qui i posti di responsabilità sono quasi tutti occupati dagli uomini: in Parlamento esse hanno il 14 per cento dei seggi, pur rappresentando il 51 per cento della popolazione; nei sindacati operai (L.O.), dove il 30 per cento degli iscritti è composto da donne, non ce n’è nessuna fra i dirigenti, e la stessa cosa può dirsi per l’organizzazione sindacale degli impiegati (T.C.O.), pur costituendo esse il 45 per cento della base.
Per quanto riguarda i servizi sociali, i posti esistenti negli asili sono insufficienti, perché il loro numero equivale al 9 per cento dei bambini fra i sei mesi e i sette anni, che ne sono i potenziali fruitori. Inoltre, invece di essere gratuiti, costano piuttosto cari, anche se la quota varia a seconda del reddito dei genitori: in media rappresenta, cioè, quasi un quarto del guadagno di una donna. Senza contare che in genere questi asili sono molto lontani da casa, cosicché alle 6 del mattino è facile vedere delle giovani madri che sfrecciano in motorino per le vie della città, portandosi dietro i bambini imbacuccati. E d’inverno, con vari gradi sotto zero, la cosa non è piacevole. Ciononostante, la percentuale di donne sugli occupati è tra le più alte d’Europa: 40,5 per cento, contro il 19 per cento dell’Italia, che è la più bassa; il 30 per cento della Svizzera, il 38 per cento della Francia e il 47 per cento della Finlandia. Infatti, per far fronte alle richieste dell’industria, in Svezia si è sempre scelto di ridurre al minimo l’immigrazione di lavoratori stranieri e di favorire la piena occupazione femminile.

L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
Copyright by Gabriella Parca - Terza Edizione - www.cpdonna.it 2005