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Home Spazio aperto Biblioteca La prima vittoria - Capitolo VIII
La prima vittoria - Capitolo VIII Stampa E-mail
Intanto, mentre l'Associazione nazionale lottava per modificare la Costituzione generale degli Stati Uniti, "l'americana" lavorava silenziosamente per far passare la riforma nei singoli stati. Fu così che la prima vittoria giunse quasi inaspettata: il territorio dello Wyoming concesse il voto neI 1869, garantendo nella sua Costituzione "uguali diritti politici a tutti i cittadini sia maschi che femmine".

Erano passati vent'anni da quando le donne avevano cominciato a organizzarsi: vent'anni di lotte e di entusiasmi, ma anche di cocenti delusioni. Tuttavia esse non avevano mai cessato di credere che un giorno avrebbero vinto. Perciò salutarono quel primo successo con grandi manifestazioni, articoli e conferenze, parlando di quel territorio fino ad allora quasi sconosciuto, come del simbolo del progresso. Ma tanta notorietà non piacque agli antisuffragisti: infatti, quando nell'89 lo Wyoming chiese di essere ammesso nell'Unione degli Stati Americani, gli si rispose di abolire prima il voto alle donne.
Lo Wyoming mostrò allora molta fermezza, facendo pervenire al Congresso questo messaggio: "Noi rimarremo fuori dall'Unione ancora cento anni, piuttosto che farne parte senza le nostre donne". Di fronte a tanta decisione, furono gli altri a cedere: e quel territorio entrò nell'Unione con il nome di "Stato dell'eguaglianza", divenendo la 44a stella della bandiera americana.
Negli anni successivi, altri stati seguirono il suo esempio: nel '93 fu il Colorado a concedere il voto, poi l'Idaho e l'Utah. NeI frattempo le due associazioni femministe si erano fuse, dando vita all'Associazione nazionale americana per il suffragio fèmminile, che svolse una larga azione per sensibilizzare le grandi masse, ancora sorde a questo problema. Infatti, in quegli anni, nei vari stati si tennero dei referendum popolari sull'argomento, ma i risultati furono sempre negativi. Evidentemente gli uomini, tra cui molti immigrati provenienti dai paesi cattolici più tradizionalisti, non erano ancora maturi per la parità dei diritti.
Finalmente, nel 1910, il referendum svoltosi nello Stato di Washington diede esito positivo. In realtà, quello stato aveva già concesso il voto alle donne quando era un semplice territorio, ma poi lo aveva abolito entrando a far parte dell'Unione.
In quegli anni la battaglia per il voto era molto intensa anche in Europa, dove stava per diventare addirittura violenta. Nacque perciò a Berlino, nel 1904, l'Alleanza internazionale per il suffragio femminile, di cui facevano parte, oltre agli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Germania, l'Australia, l'Olanda, la Svezia, la Norvegia e la Danimarca. Ne era presidente l'americana Carne Catt, che essendo costretta da questo nuovo incarico a frequenti viaggi e soggiorni nei paesi europei, finì col trascurare l'associazione nazionale di cui era stata un'animatrice. Così, dopo tanta vivace attività, sembrava che negli USA il movimento femminista segnasse il passo, quasi si sentisse appagato delle prime sporadiche vittorie.
Fu allora che entrò in scena la seconda generazione. La figlia di Elizabeth Stanton, sposatasi in Inghilterra e rimasta vedova, tornò negli Stati Uniti pronta a prendere il posto di sua madre. Ricca dell'esperienza inglese, fondò la Lega delle donne indipendenti, con un programma che riprendeva e accentuava quelle manifestazioni che avevano fatto conoscere le prime femministe in tutta l'America.
Famose furono soprattutto le "parate" che Harriet Stanton ideò, e che ancora oggi fanno parte del costume amencano. Centinaia di donne, abbigliate nel modo più fantasioso, sfilavano per le strade suonando e cantando, in modo da richiamare l'attenzione di tutta la città. Fu la prima forma di propaganda spettacolare e pacifica, ed evidentemente piacque alla gente che si affacciava alle finestre o si accalcava nelle vie battendo le mani, riportando così più successo di tanti discorsi seri e un po' noiosi.
Infatti dopo Washington fu la California a capitolare, concedendo il voto in seguito al positivo risultato del referendum. Poi fu la volta dello Stato di New York, nel 1917. Ma la grande prova della vitalità del movimento si ebbe durante la sessione del Congresso in cui si sarebbe dovuto approvare una legge valida per tutti gli stati dell'Unione. Picchetti di femministe sostavano notte e giorno davanti alla Casa Bianca, inalberando cartelli su cui si poteva leggere: "Cosa farete per il voto alle donne?". (A pensarci bene, sono le stesse forme di lotta usate in Italia cinquant'anni dopo, per ottenere l'istituzione del divorzio.)
All'inizio le "sentinelle mute" furono tollerate, poi si cercò di allontanarle con la forza e si arrivò persino agli arresti. Ma per ogni donna portata in carcere, altre due prendevano il suo posto.
Tuttavia, nella prima sessione, il Congresso non si occupò del voto alle donne. Era scoppiata la "grande guerra", e anche l'America era scesa in campo, perciò si parlò soltanto di "misure belliche". Ma nella seconda sessione, esattamente nel gennaio del 1918, il famoso "emendamento Anthony" fu riproposto, e questa volta l'assemblea votò "sì". Poi fu necessaria l'approvazione del Senato, e passarono ancora due anni. Ma nell'agosto del 1920 la Costituzione americana affermava finalmente: "Il diritto dei cittadini degli Stati Uniti al voto non può essere negato o limitato per nessun motivo dalla differenza di sesso".
Pochi mesi dopo, 26 milioni di donne americane si recavano alle urne. Erano passati esattamente settantadue anni dal famoso convegno di Seneca Falls, in cui si era deciso di lottare per ottenere il voto, e una sola delle partecipanti di allora, Charlotte Woodward, era vissuta abbastanza a lungo da poter votare.
Però gli Stati Uniti d'America non furono i primi a concedere il suffragio femminile. Nel 1893 lo aveva ottenuto la Nuova Zelanda, nel 1895 l'Australia del Sud e nel 1902 il Commonwealth australiano; poi nel 1906 era stata la volta della Finlandia e subito dopo della Norvegia, quindi della Danimarca e nel 1919 della Svezia.

L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
Copyright by Gabriella Parca - Terza Edizione - www.cpdonna.it 2005