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Home Spazio aperto Biblioteca L'avventurosa Storia del femminismo - Introduzione
L'avventurosa Storia del femminismo - Introduzione Stampa E-mail

di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976

Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
Terza edizione - Copyright by Gabriella Parca - www.cpdonna.it
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INTRODUZIONE
Spesso si sente dire che il femminismo è morto. Per “femminismo” s’intende quel movimento che in Italia si sviluppò sull’onda della contestazione studentesca del ’68, mettendo in discussione valori e comportamenti ormai codificati da secoli circa la condizione femminile e il rapporto donna-uomo.
Uscito dalle Università, quel movimento si allargò a macchia d’olio in tutta la penisola, raggiungendo anche gli strati più restii e meno intellettuali della popolazione femminile, e suscitando ovviamente vivaci reazioni negli ambienti più conservatori, per i quali ogni cambiamento non può essere che “male”, ogni novità non può nascondere che un pericolo.

E allora il movimento reagì a quella reazione in modo a volte esasperato, come quando un gruppo di femministe “arrabbiate” fece irruzione nel Duomo di Milano gridando parolacce (almeno così si scrisse sui giornali) con l’intento di colpire un simbolo, la Chiesa, che certo fra le istituzioni era sempre stata la più antifemminista, tanto da mettere addirittura in dubbio che la donna avesse un’anima, ed escludendola ancora oggi dalla sua gerarchia.
Ma in genere le manifestazioni delle femministe furono sempre molto civili, limitandosi a delle grandi sfilate con cartelli nei punti nevralgici delle grandi città, mentre non sempre furono altrettanto civili le risposte dei poliziotti e dei “ragazzi” dell’ultrasinistra, accomunati evidentemente da una tradizione fallocratica, come si diceva allora. Inoltre l’atteggiamento del movimento si svolgeva all’interno dei “collettivi” e dei gruppi d’autocoscienza, producendo pubblicazioni, mostre, dibattiti, congressi, alcuni dei quali anche a livello internazionale. Nel frattempo le sinistre” stavano a guardare, e quando capirono che si trattava di una cosa importante si accodarono, mentre le “destre”, tranne quelle di matrice liberale, restarono sempre guardinghe e diffidenti.
Tutto ciò avvenne nella prima parte degli anni Settanta, dando un’impronta all’intero decennio, che fu definito “il decennio della donna”. Ma avvicinandoci all’80 si cominciò a parlare di “riflusso” e contemporaneamente si dette per morto il femminismo, quasi fosse stato un incendio che alla fine non lascia che cenere.
In realtà il movimento femminista non è morto perché non è un fenomeno isolato, né nel tempo , né nello spazio. Quello degli anni Settanta è solo un segmento, un periodo di un discorso storico molto più vasto, che si protrae da oltre un secolo e mezzo, e che affonda le sue radici ancora più lontano, investendo in forme diverse quasi tutti i paesi del globo, compresi quelli africani e asiatici. E’ una rivoluzione culturale di portata immensa, perché riguarda oltre la metà del genere umano, le donne, e si propone di rimuovere una situazione d’inferiorità, quella che ne fa appunto il “secondo sesso”, ristabilendo una situazione di parità, quale era indubbiamente all’origine. E poiché questa inferiorità è stata sancita per secoli dalle leggi e dal costume, entrando a far parte della tradizione, e rafforzata dalla religione – qualsiasi religione, cattolica o islamica o di altro tipo- è ovvio che non basta ottenere la parità in un solo settore, ad esempio quello giuridico, perché la rivoluzione si compia. E’ invece necessario conquistarla sui vari fronti, contando anche sull’interdipendenza che esiste tra legge e costume, ma anche, alla lunga, tra costume e religione. Perché se è vero che la religione ha molto influenzato il costume, soprattutto in passato, oggi l’evoluzione del costume in occidente non manca di influire su certi atteggiamenti della Chiesa. (Ad esempio, nei riguardi del lavoro exradomestico della donna, Essa ha oggi un atteggiamento molto più aperto di quello di cento o cinquant’anni fa.)
Ma allora, se il femminismo non è morto, perché è entrato in un’altra fase e le femministe non fanno sentire più la loro voce rabbiosa, perché non si vedono più in giro con i loro cartelli pieni di slogan e non attaccano più il “maschio” come facevano i primi tempi?

Oggi non c’è più la rivolta di alcune centinaia o migliaia di militanti contro il maschio, considerato responsabile di tutti i guai della condizione femminile, ma c’è meno sottomissione nel rapporto con l’uomo, anche all’interno della famiglia, da parte di moltissime donne, forse dalla maggior parte. E questo è un dato molto positivo, a mio parere, frutto del femminismo.
Oggi non c’è più il rifiuto della maternità o del rapporto eterosessuale, per la verità più teorizzato che praticato, che caratterizzò i primi tempi: ma l’essere madri presenta delle implicazioni diverse, direi che comporta una maggiore coscienza dei propri doveri e dei propri diritti. E se non ci sono più manifestazioni in piazza, moltissime donne si mobilitano ugualmente quando si tratta di difendere certi diritti, come quello dell’aborto legale. (Anche se non si è vista la stessa mobilitazione in occasione del Referendum sulla procreazione assistita.)
Quella del superamento dei ruoli tradizionali è un’altra battaglia chiaramente femminista, anche se poco conosciuta: ed è destinata a diventare sempre più incisiva, perché il ruolo della donna nella società non può cambiare fino a quando lei continuerà a dedicare gran parte del suo tempo e delle sue energie psicofisiche al ménage domestico. E’ ingenuo guardare con nostalgia al passato, contrapponendo la famiglia “allargata” a quella nucleare attuale: tutti sappiamo cha allargata voleva dire anche patriarcale, e in quel tipo di famiglia la donna contava solo in quanto madre. Né d’altra parte c’è da farsi illusioni sul modello alternativo della “comune”, che anni fa aveva suscitato grandi speranze, perché sembrava offrire tutti i vantaggi di una grande famiglia, senza presentarne gli svantaggi. Purtroppo quel modello è risultato molto astratto, valido forse per pochi iniziati, ma non certo in grado di sostituire quello tradizionale della famiglia, che però va profondamente rinnovato nel senso di una reale e paritaria collaborazione fra i coniugi, che coinvolga anche i figli.
E’ per avere una visione d’insieme di questo complesso fenomeno che è il femminismo, e risalire alle sue radici, che verso le metà degli anni Settanta cercai di tracciarne la storia, in un libro rivolto soprattutto ai giovani. E la chiamai “avventurosa”, non certo per minimizzarla, come da qualcuno mi è stato rimproverato, ma perché in realtà si presenta come una grande avventura, ricca di colpi di scena, di lotte anche violente, e sul piano psicologico, di sottili intuizioni, di fantasiose trovate.
Buona lettura!

Gabriella Parca