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Home Spazio aperto Biblioteca Il femminismo in Italia - Capitolo XVI
Il femminismo in Italia - Capitolo XVI Stampa E-mail
In Italia il movimento femminista nacque più tardi che negli altri paesi, perché gli italiani erano impegnati a fare di una miriade di stati e staterelli un unico paese o, come si legge nei libri di testo, a realizzare l'unità d'Italia. Quel f amoso anno 1848 che rappresentò una pietra miliare per il femminismo internazionale, da noi fu l'anno della prima guerra d'indipendenza: ed è naturale che anche quelle poche donne a cui era concesso mettere il naso fuori casa cercassero di prendere parte agli avvenimenti del Risorgimento, piuttosto che parlare di uguaglianza di diritti con l'altro sesso.

Tuttavia, non appena fu raggiunta l'unificazione, anche se mancava ancora Roma capitale, nel Parlamento italiano si cominciò a parlare in qualche modo di suffragio femminile. In un progetto di legge presentato nel 1861 dal Ministro dell'Interno, on. Marco Minghetti, si precisava che "né le donne né gli interdetti di mente" potevano essere elettori o eleggibili, salvo poche separate dal marito che pagavano le tasse.
La partenza, in verità, non era molto brillante. Ma qualche anno dopo, in un progetto dell'on. Morelli, si proponeva al primo articolo: "La donna italiana può esercitare tutti i diritti che la legge riconosce ai cittadini del regno". Naturalmente la proposta non fu approvata, e Mazzini ebbe allora occasione di scrivere al deputato che l'aveva presentata:
"L'emancipazione della donna sancirebbe una grande verità base a tutte le altre, l'unità del genere umano, e associerebbe nella ricerca del vero e del progresso comune una somma di facoltà e di forze, isterilite oggi da quella inferiorità che dimezza l'anima. Ma sperare di ottenerla alla Camera come è costituita, e sotto il dominio dell'istituzione che regge l'halia [la monarchia] è, a un dipresso, come se i primi cristiani avessero sperato di otteinere dal paganesimo l'inaugurazione del monoteismo e l'abolizione della schiavitù".
Per Mazzini, infatti, la monarchia era il simbolo di ogni privilegio, quindi anche di quello del sesso maschile, e la Camera, così com'era costituita, non rappresentava una società libera dal pregiudizio dell'inferiorità femminile. E forse il grande pensatore non aveva torto, visto che solo quando l'Italia si è liberata dalla monarchia, si è concesso il voto alle donne.
Però bisogna anche dire che a quell'epoca mancava nelle italiane quella "coscienza femminista" che le cittadine di altri paesi cominciavanò ad avere, in numero sempre maggiore. La stessa contessa di Belgioioso, un nome caro al nostro Risorgimento, scriveva nel 1866 nella Nuova Antologia di Firenze: "Rimasta per tanti secoli senza cultura intellettuale, scevra di ogni responsabilità negli affari pubblici o familiari, essa [la donna] non ambiva una eguaglianza che le avrebbe imposto doveri faticosi e gravi. Questo stato di cose si mantiene tutt'ora; e quelle poche voci femminili che s'innalzano chiedendo dagli uomini il riconoscimento formale della loro uguaglianza formale, hanno più avversa la maggior parte delle donne che degli uomini stessi...".
Pertanto, concludeva la Belgioioso, "le donne che ambiscono un nuovo ordine di cose debbono armarsi di pazienza e di abnegazione, contentarsi di preparare il suolo, seminarlo, ma non pretendere di raccoglierne le messi".
La pazienza e l'abnegazione sono sempre state le grandi virtù delle donne: come non raccomandarle, dunque, in una questione che le riguardava tanto da vicino? Perché occuparsi dell'emancipazione femminile che manda in bestia tanti uomini assennati, come dice la contessa, visto che chi per nascita gode di una posizione privilegiata, può fare in fondo ciò che vuole? Che fretta c'è per le altre di ottenere quello che lei ha già, e che certamente prima o poi gli uomini concederanno spontaneamente?
A questo nobile ragionamento, che ha tutti i limiti del sangue blu, sembra rispondere la sola autentica femminista di quell'epoca, Anna Maria Mozzoni, che in un discorso al Circolo filologico di Milano affermava: "Le donne non avranno altri diritti di quelli che si saranno conquistati, non godranno altra libertà di quella che si saranno difesa giorno per giorno...".
La Mozzoni era una borghese, nata a Milano nel 1837, che avendo passato l'adolescenza nel collegio per "giovinette di buona famiglia" della Guastalla, ne era uscita con il più profondo disgusto per l'educazione tradizionale che veniva impartita alle donne. Evidentemente aveva una forte personalità di tipo "reattivo", ossia portata a reagire alle imposizioni, ed era dotata di un profondo senso critico: altrimenti sarebbe uscita dal convento, come le sue compagne, perfettamente modellata per il suo "ruolo" di moglie e di madre, pronta ad accettare tutte le ingiustizie perpetrate verso il suo sesso. Perciò Anna Maria volle farsi, in primo luogo, una preparazione adeguata per combattere la sua battaglia in una società maschile, e si lesse da sola tutto Plutarco, gli illuministi, i poeti e i maggiori romanzieri. Poi cominciò a scrivere e a parlare in pubblico, sostenendo la necessità di riconoscere alla donna la parità di diritti in tutti i campi, da quello giuridico-politico a quello del lavoro e della famiglia.
Già nel 1864, quindi prima della Belgioioso, in un lungo saggio dal titolo La donna e i suoi rapporti sociali, scriveva a proposito della riforma del Codice civile: "Ben sovente la famiglia, invece di un santuario di affetti, è un cerchio di ferro in cui si svolge la lotta tra oppresso e oppressore, ove si svolge il tristissimo dramma della debolezza e dell'arbitrio... Famiglia vera non può essere quella in cui vi è il servo e il padrone. La famiglia sarà quando l'uomo e la donna, ambedue forti della coscienza di sé, dei doveri dell'individuo, concorreranno all'educazione dei figli e al loro morale sviluppo".
Nella sua opera di pioniera, in un certo senso Anna Maria Mozzoni procede da sola. Nel '70, lo stesso anno della presa di Roma, traduce la famosa opera di Stuart Mill, La soggezione delle donne, divenuta la magna carta del femminismo anglosassone. In Italia quel libro fu pubblicato contemporaneamente in due versioni, a Napoli e a Milano, e nell'edizione milanese, che è appunto quella da lei curata, la Mozzoni scrive anche un'appassionata prefazione, invitando uomini politici e sacerdoti, giuristi e pensatori, a meditare sul contenuto.

L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
Copyright by Gabriella Parca - Terza Edizione - www.cpdonna.it 2005