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La Classe Stampa E-mail

Recensione di Gabriella Parca

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Un bel film che non sembra un film: ma un tuffo nella vita reale, nella quotidianità di una scuola multietnica della periferia parigina, con dei ragazzi "normali" né belli né brutti e non delle star, con un insegnante "normale" pieno di buona volontà ma che commette anche lui i suoi errori...Si tratta de "La classe" del regista Laurent Cantet, che lo ha tratto dal romanzo autobiografico di Francois Bègaudeau, il quale nel film interpreta se stesso, come tutti gli alunni quindicenni di quella terza media, diventati bravissimi attori con un corso durato diversi mesi, tenuto dallo stesso regista. Come in tutti i romanzi biografici, e tanto più nei film che se ne traggono, la realtà rappresenta la base, il filo rosso che sottende il racconto. Mentre questo è anche "costruito" con degli episodi non veri, ma verisimili e significativi, che fanno si che quel che avviene in un anno si possa condensare in due ore di pellicola. In questo caso però, non sono stati degli sceneggiatori a usare la loro fantasia ma gli stessi ragazzi protagonisti, che si sono trasformati così anche in collaboratori alla sceneggiatura, esprimendo la loro creatività.

Ma di che cosa parla il film? Appunto, della vita di una classe multietnica, del difficile rapporto col professore di lingua e letteratura francese, ma certamente non peggiore di quello con gli altri insegnanti, dei caratteri spigolosi e ribelli degli studenti, dei fallimenti, dei rari successi. Certamente un rapporto molto diverso da quello che si vede in certi serial della nostra TV, in cui tutti amano e rispettano la loro prof. Ma il film francese dà l'idea della realtà, anche se lascia la bocca amara, mentre il nostro si sente da lontano che è costruito a tavolino.

Certo non è un caso che "La classe", che era stato prima scartato nella selezione per il Festival di Cannes, abbia poi vinto addirittura la Palma d'oro. E la ragione, a mio parere, è nella sua freschezza, nella sua semplicità, in qualcosa che fa pensare al ritorno alle origini del cinema, quando Lumière "riprendeva" gli operai che uscivano dalla fabbrica o la folla di passeggeri all'arrivo di un treno. Il futuro ha un cuore antico, scriveva Carlo Levi.