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Più o meno nello stesso periodo, vale a dire nel ‘67-’68, il nuovo
femminismo raggiunse tutti i paesi del mondo industrializzato,
suscitando qualche eco anche nel Terzo Mondo, dove la condizione delle
donne non è certo migliore. In Inghilterra, i primi rumori di un
Movimento di liberazione si fecero sentire appunto verso la fine del
‘67, e nel ‘68 si era già in fase organizzativa. A parlarne per prime
furono le ragazze americane a Londra, che si riunivano per lottare
contro la guerra nel Vietnam e per aiutare i militari che disertavano
per non combattere contro i vietnamiti.
Ad esse si aggiunsero le inglesi dei gruppi studenteschi o
extraparlamentari, deluse anche loro dal ruolo secondario che gli era
riservato dai loro compagni, e infine arrivarono in massa le
organizzazioni femminili che già da tempo lottavano per la parità dei
diritti, come “Open Door International” (Porta aperta internazionale) e
“Mothers in Action” (letteralmente Madri in azione). Alla fine del
‘69, quasi tutte le città avevano dei gruppi di liberazione della
donna, e quelle più grandi, in particolare Londra, avevano varie
organizzazioni differenziate tra loro e molto attive. Alla base vi era
sempre il “piccolo gruppo”, a volte composto anche da una ventina di
donne, ma che permetteva comunque di parlare della propria esperienza
confrontandola con quella delle altre. E questo era non soltanto il
modo più spontaneo per le militanti di riunirsi, trovando un interesse
concreto nelle cose da dirsi, ma anche il più adatto per arrivare a
quella famosa presa di coscienza che segna il passaggio dal “privato”
al “sociale”. Infatti, le donne che entravano nel movimento si
rendevano conto che i loro problemi non erano soltanto fatti personali,
da risolvere privatamente con il marito o il datore di lavoro, ma
riguardavano l’intera condizione femminile: quindi era necessario
lottare tutte insieme, e capire prima di tutto cosa c’era all’origine
di quella situazione. Da ciò la necessità di fare delle analisi di
carattere storico-politico, che però non potevano essere svolte per
tutte da un unico gruppo di “addette ai lavori”. Infatti, l’appello
lanciato da alcune militanti per formare un piccolo gruppo di studio,
dette luogo nel marzo del ‘70 a un grande convegno a cui parteciparono
600 donne, e da cui uscirono le grandi linee dell’attuale
organizzazione del movimento inglese. Si creò un Comitato nazionale
di coordinamento (N.C.C.), composto da due rappresentanti per ogni
gruppo, con il compito di coordinare le azioni in tutto il paese. Tra
le più riuscite fu quella che si svolse dal 6 all’8 marzo del ‘71,
denunciando lo sfruttamento commerciale della Giornata della donna e
riscoprendone l’antico significato. Inoltre l’N.C.C. fu incaricato di
organizzare tre o quattro convegni regionali l’anno, e lo fece sempre
con molto successo. A questo punto è interessante notare come hanno
reagito la grande stampa e gli altri mezzi di comunicazione di massa,
radio e televisione, che tanta influenza hanno sull’opinione pubblica.
Visto che l’arma dell’ironia non serviva più, hanno cercato di mettere
di fronte le rappresentanti del movimento femminista e alcune accese
antifemministe. Probabilmente si aspettavano una specie di battaglia
tra galli, di quelle che si vedono nei paesi sudamericani: invece,
questa tattica è fallita, perché le spettatrici non sono state al gioco
e hanno protestato indignate. Allora si è cercato di puntare sulle
divisioni ideologiche dei gruppi, in modo da disorientare l’opinione
pubblica femminile che si era mostrata così compatta. Ma con abile
mossa è intervenuto 1’N.C.C., che ha chiesto ai vari gruppi di definire
la propria posizione anche nelle interviste o nelle trasmissioni
radio-televisive, ma di non parlare mai della posizione degli altri
gruppi: così si sono evitate le “guerre civili” nel movimento,
lasciando a bocca asciutta gli avversari. Per le polemiche interne c’è
invece tutto lo spazio possibile, anche se rivelano atteggiamenti molto
critici, che spesso portano alla proliferazione dei gruppi. Politicamente
il movimento inglese abbraccia l’intero arco di forze, dal liberalismo
radicale fino al socialismo rivoluzionario e all’ideologia anarchica.
Ma aperto verso tutte le opzioni femminili, perché tiene conto dei
reali problemi che l’essere donna comporta anche nel paese a più antica
democrazia.
L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
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