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Le “donne di casa” in Italia sono circa dodici milioni e quindi
rappresentano la categoria femminile più vasta, ma sono anche le più
difficilmente raggiungibili dall’ideologia femminista. Infatti il loro
stesso lavoro le isola, invece di facilitare gli scambi e i contatti, e
poiché è di tipo ripetitivo, assai poco creativo, le rende
insoddisfatte, ma quasi vergognose di ammetterlo. A tutto questo si
aggiunga la scarsa considerazione in cui quel lavoro è tenuto dai
familiari perché “non produce ricchezza”, e in cui è tenuta la stessa
casalinga, nonostante tutta la retorica dell’angelo del focolare. Perciò il movimento femminista ha cercato di rivalutarla, arrivando alla proposta di alcuni gruppi di darle un salario.
Molti pensano, però, che questo la farebbe scadere maggiormente al
rango di domestica, rischiando oltretutto di istituzionalizzarne la
figura anche per il futuro. In realtà, ci sembra molto più attuale la
lotta che si svolge anche nel nord Europa per arrivare all’interscambio
dei ruoli, abolendo la figura della casalinga e facendo in modo che il
lavoro domestico sia equamente diviso fra tutti i componenti della
famiglia. Diversamente che altrove, in Italia alcuni gruppi
femministi ammettono tra i loro aderenti anche gli uomini. Sono I’MLD
(Movimento per la liberazione della donna) federato al partito
radicale, e il FILF (Fronte italiano di liberazione femminile) che
aderisce alla Lega dei diritti dell’uomo. L’MLD nacque nel 1969 da
un seminario di lavoro politico sulla liberazione della donna,
organizzato dai radicali, e fin dall’inizio si pose degli obiettivi
immediati e concreti. Da quanto risulta dal documento costitutivo, essi
sono: l’informazione sui mezzi anticoncezionali anche nelle scuole e la
loro distribuzione gratuita; la liberalizzazione e legalizzazione
dell’aborto; un’azione nella scuola, tesa a eliminare i programmi
differenziati tra i sessi; la socializzazione dei servizi che gravano
sulle spalle della donna sotto forma di lavoro domestico; la creazione
di asili-nido improntati a una visione antiautoritaria. Per
raggiungere questi obiettivi sono previste sia azioni di tipo
tradizionale, come le proposte di legge, sia di tipo antitradizionale,
ad esempio la disobbedienza civile di massa, ossia il rifiuto di
osservare quelle norme che sanciscono la discriminazione tra i sessi.
Tutto ciò rientra pienamente nella “strategia radicale”, impiegata
nelle varie lotte per i diritti civili, dall’istituzione del divorzio
all’obiezione di coscienza. Essa è stata usata infatti anche nella
campagna per la liberalizzazione dell’aborto, che si è sviluppata prima
nell’opposizione alla nuova legge discussa in Parlamento, perché non
ritenuta pienamente rispondente alle esigenze della donna. Ma anche se
si deve riconoscere che è una strategia molto efficace, l’MLD appare
non del tutto autonomo rispetto al partito radicale, il quale come
tutti i partiti politici è diretto e ispirato da uomini. Per questa
ragione, molte scissioni si sono verificate all’interno dì quel gruppo,
che pure si presenta come uno dei più efficienti e attivi. All’ipoteca
della presenza maschile non sfugge neanche il FILF, nato nel 1970 e
organizzato in una struttura di tipo quasi autoritario. Esso è diretto
da un Comitato promotore, di cui fanno parte anche degli uomini, e a
cui si affiancano i cosiddetti Nuclei spontanei. Tuttavia il FILF ha
ugualmente contribuito a elaborare e diffondere una tematica
femminista, soprattutto attraverso la rivista Quarto mondo, di cui sono
usciti diversi numeri. “Rivolta femminile”, nato anch’esso nel ‘70,
è invece uno dei gruppi più decisamente separatisti, al punto di
rifiutare qualsiasi rapporto con la stampa perché è gestita dagli
uomini: e di non accettare la presenza di appartenenti al sesso
maschile neanche nei congressi. Sorto contemporaneamente a Roma e
Milano, accoglie tra le sue file artiste e intellettuali, che
“producono” numerosi opuscoli e qualche libro di grande interesse, come
Sfida femminile di Elvira Banotti, con la prima raccolta di
testimonianze sul problema dell’aborto. Del gruppo fa parte anche una
pittrice, Carla Accardi, che fu allontanata dalla scuola in cui
insegnava per aver avviato con le sue alunne un dialogo sui temi
dell’educazione sessuale, pubblicato più tardi in un delizioso
libricino dal titolo Superiore e inferiore. “Rivolta femminile” si
allarga e si divide in mille rivoli, rifiutando di darsi una struttura
di tipo tradizionale, perché la ritiene in qualche misura sempre
autoritaria. Da quel gruppo ne sono perciò derivati altri, che prendono
il nome di Collettivi femministi, tra cui il più numeroso e attivo è
forse quello romano, che organizza mostre, promuove riunioni e
incontri, pubblica un bollettino di notizie. Da quando il movimento
è nato in Italia, più o meno contemporaneamente agli altri paesi
europei, non sono mancate le grandi manifestazioni pubbliche, oltre a
qualche congresso che ha fatto molto parlare di sé. Ma di certo quella
che non si può fare a meno di ricordare è la manifestazione indetta a
Roma 1’8 marzo del ‘72 in occasione della Giornata internazionale della
donna, interrotta da una brutale quanto inspiegabile carica della
polizia. Una delle leader del movimento, l’insegnante Alma Sabatini, fu
gravemente ferita alla testa e dovette essere ricoverata in ospedale.
Sembrò di essere tornati indietro di cento anni, quando le suffragette
inglesi venivano percosse dai poliziotti perché chiedevano il voto. Via
via che il femminismo si è andato affermando, altri gruppi si sono
aggiunti a quelli nati fin dall’inizio. Fra i più noti c’è l’”Anabasi”,
che ha pubblicato a Milano un interessantissimo numero unico dal titolo
Donne è bello (trasposizione esatta dello slogan del movimento
negro-americano “Black is beautiful”, che afferma l’orgoglio dell’esser
neri); Le “Nemesiache”, che svolgono a Napoli soprattutto un’attività
teatrale; il Collettivo femminista di Torino, quello di Cagliari e il
gruppo di Gela. Poi ve ne sono numerosissimi altri, secondo alcuni
addirittura migliaia, sparsi in tutta Italia: ma è praticamente
impossibile darne una mappa sia pure approssimativa, perché spesso
cambiano nome, oppure si scindono, oppure si unificano tra loro. E
anche questo fa parte di un processo di maturazione e di crescita. Ugualmente
difficile è tracciare un quadro delle numerose pubblicazioni che sono
uscite in questi ultimi anni, sia pure in modo saltuario o per pochi
numeri, a causa delle fortissime difficoltà economiche. Tra le più note
sono Effe, Quòtidiano donna, Rosa, Se ben che siamo donne, Mezzo cielo
e Sottosopra. Vi sono poi state delle iniziative, come quella del
Centro della Maddalena a Roma, che ha dato vita a un teatro femminista
molto attivo e qualificato, nonché alla prima libreria specilizzata
sulla condizione femminile. Altre Librerie delle Donne sono poi nate a
Milano, Torino, Bologna, Roma, Catania, Genova, Firenze, Cagliari,
Padova, Pisa. Infine, sempre a Roma, in via del Governo Vecchio, è
sorta la Casa della Donna, che tra le altre attività ha anche quella di
promuovere dei corsi di studio, noti sotto il nome un po’ pomposo di
Università delle donne.
L'avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
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