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di Maria Alessio Montesano
Intervento all'incontro "Ma quante identità?" del 17 gennaio 2007

Nella presentazione al libro di Mary Nicotra , che da continuità al documentario – Transazioni - Corpi e soggetti FtM , leggiamo che: “Quando smettiamo di pensare a maschio e femmina come a boe ancorate a luoghi comuni, a certezze biologiche, a macchie di inchiostro sui documenti, magicamente diventano luoghi fluidi e in movimento. Passeggeri in divenire. Il viaggio FtM, da femmina a maschio, è uno dei percorsi possibili.”
Personalmente penso che un “viaggio” che implica una trasformazione radicale celi, nonostante il sincero tentativo di dare spazio all’identità sentita, una nuova negazione speculare.

Conversando con alcune persone che hanno concluso l’iter di riattribuzione ho scoperto che il loro desiderio di trasformazione coincideva con il mio solo in pochi passaggi mentre tanti altri erano molto lontani.
Il mio percorso di crescità è sempre stato accompagnato da suggerimenti, letture, confronti con e di donne che hanno fatto del femminismo la loro vita. Queste esperienze mi hanno offerto gli strumenti utili ad individuare tutte quelle dinamiche stereotipate che gli uomini agiscono e oggi per me diventa ovvio non voler e non poter entrare in quelle dinamiche.

Ritengo che la scelta di una trasformazione così radicale induca, gioco forza, all’assunzione di tante dinamiche stereotipate. Questo non significa che non accetto questo tipo di cambiamento, significa, molto più semplicemente, che per me non era quello il cambiamento possibile.

Questo preambolo per introdurre lo spazio dove mi colloco oggi e cioè nel mezzo!

Molto presto
Nulla è luminoso prima che il nostro cervello non lo decida! - Anonimo
Mi accorsi molto presto che per me sarebbe stato tutto difficile. All’età di 6 anni mi fecero capire che qualcosa nel mio comportamento non funzionava secondo le “regole prestabilite”. “Si fimmena e hai a stari cui fimmene, hai a fari i cunti di fimmini ‘na ora vattinne” che tradotto significa sei femmina e devi stare con le femmine, fare le cose delle femmine altrimenti vattene! Questa frase mi fulminò e in seguito caratterizzò ogni evento mettendomi in una condizione di difesa perenne. Io contro tutti! E così è stato!

Anni di affanni e di irrequietezza dove la costante in ogni luogo e tempo era la diversità che mi sentivo addosso. Desideri, personalità, carattere sempre fuori da ogni regola definita e riconosciuta. Intuizione, forza, creatività sistematicamente in contrasto con smarrimento, fragilità e vuoto.

Anni vissuti pensando che l’omosessualità fosse il mio punto d’arrivo, che fosse l’unica condizione possibile per sentirmi, vedermi. La frustrazione non si è mai placata e il rimando ad essere “solo femmina” acutizzava il dimezzamento dell’intero che invece percepivo. Sentivo la negazione di una parte di me. Oggi ho compreso, invece, che la stessa condizione omosessuale può essere una transizione. Per me un ulteriore passaggio fondamentale per aprirmi e scoprirmi.
Il lesbismo ha rafforzato la mia consapevolezza e oggi riesco a vedermi come soggetto consapevole e maturo. Ha accompagnato, aiutandola a crescere, la parte più randagia di me. Ha smontato lo stereotipo che mi viveva dentro per ridisegnare la convivenza femminile-maschile che mi caratterizza.

Oggi, ancora, non so dire chi sono. So solo che il mio sentire ed agire sono una ricerca costante di equilibrio tra il mio biologico femminile e le sue identità, maschile e femminile. Ricerca che ha salde e robuste radici in una coscienza femminista che non voglio assolutamente dimenticare.
Trovo qualche analogia con il mio sentire nelle letture fatte sulle tribù dei Nativi americani riferite ai berdache, mezzo uomo e mezza donna, definiti anche doppi-spiriti o potenziali sciamani. Non erano ne maschio ne femmina ma una combinazione di entrambi.
Per i Nativi chi aveva un doppio-spirito risultava speciale e speciali erano le sue capacità intellettuali, artistiche e spirituali perché sapeva fondere le doti del femminile e del maschile dando vita a un “reale equilibrio”. E io mi sento così. In equilibrio pacifico tra un maschile indottrinato e accudito dalla forza della mia parte femminile che parla e si muove con lui da sempre.
Purtroppo eredito e sconto come “soggetto diverso” secoli di incosapevolezza collettiva rafforzata da tutti i fondamentalismi religiosi, quello cristiano in cima alla lista, che continuano a pretendere di volermi omologare ignorando la mia condizione e le sue potenzialità.

Il risultato è che molto spesso chi ci vive accanto o più semplicemente chi incrociamo per strada è inconsapevole di discriminare, ovvero, non è consapevole dei suoi pregiudizi o delle conseguenze delle sue azioni perché non esiste nessuna considerazione per l’esistenza di soggettività diverse da quelle eterosessuali.

Autoderminazione
Qui non voglio affrontare la discriminazione che si agisce, quello che mi preme evidenziare adesso è che partendo da questo aspetto di "inconsapevolezza", generato anche dalla mia autonegazione, penso sia possibile rimettere in discussione le convinzioni e i pregiudizi per dare spazio a una cultura che non si allarma se il mio sentire o il mio agire non corrispondono al corpo che porto in giro per il mondo.

Autodeterminadomi posso iniziare a vivere smettendo di sopravvivere come affermava Audre Lorde nella sua Litania che potete leggere per intero a questo link :
"Quando siamo amate abbiamo paura che l’amore svanirà"
"Quando siamo sole abbiamo paura che l’amore non tornerà"

In queste due frasi vive tutta l’ansia di una dimensione sempre un po sopra o un po sotto, ai margini o sull’orlo ma mai dentro agli eventi perché la paura di non meritarsi nulla, di non aver diritto a nulla è costante e ogni dimensione, nel nostro cuore e nella nostra mente, appare impossibile costringendoci all’autonegazione. Chi si sente fuori dalle regole eteroindotte conosce l’amaro sapore di questa paura.

E la mia storia, le mie esperienze sono sempre state caratterizzate da queste paure. Ero sempre all’inizio di qualcosa che sistematicamente non si è mai compiuta. Un ricomincio da capo come in un “loop” programmato, vivendo sempre in punta di piedi per non disturbare troppo, accudendo e preoccupandomi degli altri per trascurami e ignorarmi.

L’inevitabile conseguenza è stata quella di compiere ogni giorno sforzi madornali per trovare una coerenza con quello che sentivo d’essere internamente e quello che esternamente mi veniva rimandato. Spesso questi sforzi sono stati così devastanti che a volte l’unico pensiero che restava era quello di farla finita con questa tortura quotidiana votata alla ricerca di conferme sul senso della mia identità.

Discendere
Infine, arriva il fondo, quel momento dove il vuoto diventa l'unica consolazione e la tabula rasa di tutto e di tutti per non farti toccare una necessità vitale. Quel vuoto che porta alla solitudine che si rivela l’unica “beatitidine” a cui è possibile accedere. Diventa urgente, necessario, inderogabile e imprescindibile rinchiudere il corpo perché fuori non c’e proprio alcun posto che possa contenere un essere indefinito. Io non potevo più ignorare quello che sentivo ma allo stesso tempo non potevo più vivere il mondo continuando a fingere.
E quello che sentivo da sempre era la forza, l’energia, l’intraprendenza dell’uomo mescolati alla dolcezza, alla fragilità emotiva e la voglia di accudire della donna che rigenera il mondo. Da sempre sapevo di essere speciale! Da sempre sentivo che avevo un doppio!

Mentre vivevo questa condizione di chiusura ripercorrevo i pensieri di tante letture che mi avevano fatto comprendere che non è solo della donna il compito di accudire e nemmeno solo dell’uomo quello di essere forte e protettivo sentivo e capivo che avrei avuto bisogno di aiuto per dare spazio ad entrambe le mie identità. In tanti anni di tentativi più o meno falliti per trovare il mio giusto posto stavo ignorando che quel posto giusto stava proprio nel mezzo come afferma Judith Butler in “Scambi di genere”:

“Lesbiche, gay, travestiti … e altri “guai del genere” sono i testimoni di un desiderio che non rientra nel binomio dei due sessi e che, proprio per questo, rivela come il corpo sessuato non sia puro dato biologico ma una costruzione culturale. Come riconoscere, allora, il proprio genere? La scommessa è di trovare un “posto tutto per sé” tra maschile e femminile, ai margini delle rigide classificazioni prodotte dalla psichiatria, dalla filosofia e dalla linguistica.”

E io quel centro dovevo trovarlo! In un percorso psicoterapeutico lungo e faticoso ho ricostruito, a piccoli passi, quella fiducia schiacciata da millenni di negazione sociale.

Risalire
Ho ri-spostato il centro del senso della mia identità dall’esterno al mio interno e ho navigato nelle mie personalità per imparare a riconoscerle e a farle vivere in equilibrio. Le difficoltà restavano perché l’incosapevolezza collettiva non era certo cambiata solo perché io lo desideravo, quello che era cambiato era il mio approcio e piano piano ho iniziato a vedere i miei spazi, le mie forme e i miei pensieri ridisegnati.

Fino a spingermi oltre quando decisi di intraprendere l’iter per adattare il mio corpo al mio sentire. Sapevo che la strada che avevo scelto era decisamente azzardata perché non rispettava i parametri per accedere alla transizione ma il lavoro svolto mi dava forza. Tutti mi chiedevano di dimostrare nelle apparenze che volevo il cambiamento ma io non volevo cambiare seguendo le regole. Volevo cambiare secondo le mie regole e i miei desideri.

Giudizio
Chi deve giudicarti per poterti autorizzare gli interventi ha la necessità di sentirsi nel giusto per non sbagliare e quasi sempre si rifà al pensiero collettivo stereotipato dell’immagine di uomo e dell’immagine di donna.
Errori di valutazione in questo ambito delicato metterebbero in difficoltà anche me che vivo in prima persona il problema ma la conferma della consapevolezza acquisita da parte dei soggetti che richiedono le autorizzazioni non deve rifarsi alla norma eterossessuale.
È il solito grande errore cercare di omologare tutto e tutti. Il mio caso ne è la riprova perché io non rinnego affatto il mio essere donna.

Sono tanti quelli che vengono indotti a rispettare quei parametri per accedere all’iter di transizione costringendo il loro corpo ad assumere dosi di ormoni che avviano quel processo di trasformazione.
Ne risulta una trasformazione/mutazione di un corpo che biologicamente non è predisposto per trasformarsi così radicalmente. Considerando poi che questa scelta porta all’atrofizzazione degli organi genitali rendendo inevitabile l’intervento chirurgico per l’asportazione ritengo questa condizione una conseguenza piuttosto che una scelta consapevole.

Scelta
Insomma, io non volevo arrivare a tanto, e grazie al percorso di psicoterapia che ho fatto e che mi ha portato a far vivere le mie identità, ho ottenuto le perizie necessarie sostenendo sempre che non intendevo prendere ormoni.

Le perizie sono necessarie per fare ricorso in tribunale e ottennere così l’autorizzazione agli interventi attraverso il sistema sanitario. Per me avevo deciso un unico intervento, la mastectomia, che all’epoca immaginavo e tutt’ora immagino la mediazione giusta per l’equilibrio tra il mio maschile e il mio femminile.

Mi presentati all’ospedale di Pavia per farmi inserire nella lista d’attesa dichiarando che non assumevo ormoni e che non avevo intenzione di farlo. Immaginavo le resistenze alla mia richiesta perché le loro regole prevedevano pazienti in fase ormonale e con l’isterectomia già eseguita.
Si può affermare che per loro sono stato il primo caso di mastectomia per dichiarata disforia di genere senza aver fatto isterectomia e senza assunzione di testosterone. Infatti, proprio per questa mia condizione hanno dovuto modificare la procedura dell’operazione.

Sono molto felice per la scelta che ho fatto perché, anche se apparentemente ho tolto qualcosa, in realtà ho aggiunto e dato vita a molto di più.

L’esperienza fatta mi ha confermato quello che accennavo prima e cioè che l’incosapevolezza collettiva è anche determinata dalla mia autonegazione. Se poniamo fine alla nostra stessa autonegazione possiamo dire che abbiamo messo in moto il processo per trasformare quell’inconsapevolezza collettiva in “consapevolezza inevitabile”.

Chi vuole assumere ormoni o fare interventi per adattare il corpo all’identità percepità ha il diritto di farlo senza induzione all’omologazione ma attraverso una scelta consapevole. E il percorso migliore è quello di autodeterminarsi decidendo quale linea si vuole raggiungere e come ci si vuole arrivare.

Non è assecondando le richieste di omologazione che miglioriamo la nostra vita o smettiamo di sopravvivere. Lo possiamo fare solo se prima di tutto escludiamo quelle resistenze che anche noi poniamo al nostro diritto di vivere come vogliamo, rimandando a un secondo tempo e se desiderato, l’adattamento che immaginiamo del nostro corpo.

Consapevolezza
L’essere persone diverse ci porta ad innescare sempre vie di fuga. Ci mette nella condizione di non far crescere nulla intorno a noi. Dobbiamo, invece, iniziare a pensare che essere persone diverse significa essere persone speciali che hanno molto da dare alla collettività.
Oggi si rende ancora più necessario un percorso di recupero dell’autostima danneggiato da secoli di negazione che è l’eredità più sconvolgente della nostra mente, per raggiungere una maggior consapevolezza per definirci e scegliere.

Le affermazioni di alcuni che avevano concluso l’iter di transizione mi hanno fatto riflettere parecchio portandomi al desiderio di agire raccontando la mia esperienza per aprire nuovi squarci su questa linea di confine. Questi sostenevano che se avessero la possibilità di tornare indietro sicuramente non rifarebbero le scelte irreversibili fatte. Nel discorrere con chi, invece, non aveva ancora fatto la transizione ho avvertito tanta confusione ma più di ogni altra cosa, troppa fretta e poca voglia di capire a quali conseguenze porterebbe una scelta così importante.

Con questo racconto di me vorrei stimolare riflessioni con chi crede di non aver in nessun luogo un posto tutto per se. Con chi sente il bisogno di confrontarsi, anche come strumento di autocoscienza, per cercare e sperimentare nelle sue identità.
L’autocoscienza per le donne è stato uno strumento forte che ha dato origine alla pacifica rivoluzione femminista. Ha permesso a tante di scoprire, raccontandosi, che i loro guai e le loro sofferenze erano comuni. Questa pratica le ha rese forti e determinate fino rompere, disturbare, smascherare tutti quei meccanismi che generavano le violenze e le prepotenze che subivano nel silenzio del focolare.
Oggi sono in molti a trarre vantaggi da quella pratica. La possibilità di raccontarmi come ho avuto stasera mi è data grazie a quei modi e a quei pensieri di confronto che hanno allargato i confini del problema. Mi auguro che il mio contributo aiuti ad allargare questi nuovi confini!

Maria Alessio Montesano
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